GLI AUGURI DI LUCA ROMAGNOLI PER IL SECOLO D’ITALIA

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Abruzzo: per un Presidente di cambiamento e sviluppo

Finalmente l’opportunità di sostenere un candidato che di tradizione e identità,
unite all’impegno per il sociale e alla concretezza così tipica dell’umanità abruzzese,
è il migliore interprete.
E non solo. Rilanciare un’amministrazione regionale, all’insegna dell’interesse pubblico,
e farne non un sogno da raggiungere, ma una concretezza dove vivere ed investire;
un emblema di sviluppo e benessere, in un quadro sinottico ove le sinergie
tra attività dell’uomo è meravigliosa natura possono generare un contesto regionale esemplare.
La Destra Sociale abruzzese si incontrerà presto in Abruzzo per discutere
con Luca Romagnoli e Lamberto Iacobelli, Renato Piacere, Marilù Mettimano e altri,
di Paesaggio e territorio abruzzese, di continuità e prospettive.
Per questo vogliamo, e per questo sosteniamo, Marco Marsilio Presidente dell’Abruzzo.
Luca Romagnoli

 

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“GOVERNO A BAGNOMARIA”

… e che aspetta Salvini

a staccare la spina?

Il governo “giallo-verde” ha avuto l’indiscutibile merito di aver dato voce alla maggioranza dell’elettorato che, alle ultime elezioni, aveva votato “contro”: contro le vecchie forze politiche, contro l’Europa, contro le tasse, contro l’invasione migratoria, contro tutto quello che una volta si indicava cumulativamente come “il sistema”.

Tuttavia, i limiti di questa esperienza assolutamente sui generis erano evidenti fin dall’inizio. Il primo limite era la composizione stessa del governo, zeppa di personaggi che sembravano esser stati messi nei posti-chiave (da chi?) per frenare ogni radicalità: Tria alle Finanze, Moavero-Milanesi agli Esteri, la Trenta alla Difesa; lo stesso Conte andava alla Presidenza del Consiglio con l’immagine del “moderato” gradito al Presidente della Repubblica (e scusate se è poco).

Il secondo limite era la connotazione di una delle due componenti della maggioranza, la grillina. Non un partito, ma un non-partito. Non una forza politica, ma antipolitica. Non unìvoca, ma divisa al suo interno fra destre, sinistre e centri l’un contro l’altro armati. Non compatta attorno ad un leader, ma preda di risse e ripicche fra un nugolo di capi e capetti. E, soprattutto, con esponenti improvvisati, giunti magari a fare il Ministro senza aver prima fatto esperienza nei consigli comunali, senza aver studiato nelle scuole di partito.

Naturalmente, il ministero giallo-verde era nato con un compromesso, pudicamente indicato come “contratto di governo”. Il contratto aveva, di fatto, diviso i còmpiti: ordine pubblico e immigrazione al leader della Lega, Salvini; lavoro a àmbito sociale al “capo politico” dei Cinque Stelle, Giggino Di Maio.

Apparentemente, tutto sarebbe potuto filare liscio. Ma, se Salvini poteva svolgere il suo còmpito senza dover affrontare grandi spese, il Di Maio, per dare risposte al rancore sociale aizzato proprio dal suo non-partito, aveva bisogno di soldi, di tanti soldi. E i soldi non c’erano, non ci sono e non ci saranno. Almeno se non si avranno gli attributi (e questo governo non li ha) necessari per mandare a quel paese non soltanto l’Unione Europea, ma anche l’intero sistema finanziario privatizzato e globalizzato, quale ci è stato imposto da qualche decennio a questa parte.

Inutile nascondersi dietro un dito: l’unico modo per uscire da questa infame crisi economico-politico-sociale in cui si dibatte il mondo intero è togliere il diritto di creare il denaro alle banche private e tornare ad attribuirlo agli Stati Nazionali. Se gli Stati – ricchi o poveri – non possono creare il denaro occorrente anche per i loro doveri più elementari (difesa, sicurezza, socialità, sanità, istruzione, pensioni, opere pubbliche, eccetera) ma devono farselo prestare dai “mercati” – pagando salatissimi interessi – gli stessi Stati saranno sempre più in balìa dello strozzinaggio finanziario e i popoli saranno sempre più vessati e impoveriti. Ora, ve l’immaginate voi un Conte o un Tria che si azzardino a dire cose di questo genere?

Ecco, allora, che si è cercato di ovviare con i soliti pannicelli caldi: il famoso rapporto deficit/pil al 2,4%, ovvero la disponibilità di un pugnetto di miliardi da distribuire con parsimonia. Un po’ come gli “80 euro di Renzi”.  Quisquilie, pinzellacchere, come avrebbe detto Totò. Per una manovra veramente “espansiva”, in grado di dare una sferzata effettiva all’economia nazionale, sarebbero state necessarie cifre ben maggiori, diciamo dieci volte quelle ottenute ritoccando al rialzo il rapporto deficit/pil. Ma l’Unione Europea non ci ha concesso neanche quei quattro spiccioli, e il governo giallo-verde è scattato sull’attenti e ha detto garibaldinamente “obbedisco”. D’altro canto, come diceva Manzoni parlando di Don Abondio, se il coraggio uno non ce l’ha, non se lo può dare.

Quindi: figura da cani e indietro tutta. Il deficit dal 2,4 (cioè da quasi il 2 e mezzo per cento) è stato portato al 2,04 (cioè a poco più del 2 per cento). Ma questo, naturalmente, non è bastato. Così come non sono bastati gli inchini al pauperismo vetero-comunista che si annida in alcuni meandri del grillismo. Non è bastato neanche taglieggiare i pensionati, e non soltanto quelli “d’oro”, invece di scardinare l’infame sistema “contributivo” che affamerà i nostri figli.

Ma né la marcia indietro, né la rapina ai pensionati, né le altre misure pauperiste sono bastate ai Torquemada della Commissione Europea, che hanno dato il loro augusto assenso soltanto a patto che il governo Conte accettasse una rischiosissima scommessa. La scommessa prevede che, ove le azzardate previsioni di crescita non dovessero essere rispettate, già l’anno prossimo debbano automaticamente scattare le “clausole di salvaguardia”. E cosa prevedono queste stramaledette clausole, ultima invenzione dei brillanti economisti di Bruxelles? Semplice: aumenti IVA et similia per una ventina di miliardi di euro. Come a dire, il colpo di grazia per famiglie e imprese.

Orbene, se tanto mi dà tanto, è chiaro che la “luna di miele” fra il governo Conte e il popolo italiano abbia, se non i giorni, i mesi contati. A questo punto, con il modello economico grillino sul punto di implodere, non c’è dubbio che Salvini – il cui bilancio è invece estremamente positivo – abbia il preciso interesse di “staccare la spina” e di dissociare la sua immagine dal patatrac che si profila all’orizzonte.

E, questo, senza considerare i tanti motivi di contrasto che emergono ogni giorno: dal tema dei migranti a quello delle grandi opere.

Intanto l’universo grillino è in preda al caos: Giggino “O Guaglione” invoca sempre nuovi incontri al vertice, nella speranza che possano continuare a produrre compromessi, peraltro sempre più difficili; Conte è convinto di essersi accreditato in Europa e in Vaticano come il braccio non violento del governo, e si spinge fino a fare dello spirito nel salotto di Bruno Vespa; Fico continua a fare il Boldrino e tira calci contro l’alleato leghista; Di Battista si è reso conto di aver sbagliato tutto ed è rientrato precipitosamente per cercare di avere un ruolo nel guazzabuglio grillino; e – ciliegina sulla torta – lo stesso Grillo è uscito dal silenzio ed ha ripreso a fare battute di dubbia presa.

Michele Rallo

Jan Palach…

“Alla sinistra Palach, Cossetto, i ragazzi di Acca Larentia, i caduti della Grande Guerra e della RSI bruciano ancora. La memoria impossibile”, di Emanuele Ricucci, LIBERO del 18/01/2019

LEGGI L’ARTICOLO >> “A questo Paese fa male la memoria. Stavolta non si può ricordare Jan Palach, giovane martire della libertà che si diede alla fiamme, a Praga, nel gennaio ‘69, quando la Russia comunista tentava di arrestare, a suon di carri armati, la modernizzazione della sua Cecoslovacchia, diretta a un socialismo dal volto umano. Quel fuoco arde ancora. A Verona caos e proteste. L’evento Terra e Libertà. A cinquant’anni dal suo sacrificio. Concerto per Jan Palach, patrocinato dalla Provincia di Verona, ora è senza una casa. La Congregazione delle Sacre Stimmate, proprietaria del teatro in cui si sarebbe dovuto svolgere il concerto, prima ha concesso lo spazio, e poi ha ritrattato, mentre in città c’è chi grida al fascismo (ancora?), Berizzi e Stella che si rimbalzano la bile, su Repubblica e Corriere della Sera, scrivendo di tentativo delle «formazioni neofasciste di appropriarsi della figura di Palach», o di spiriti «nostalgici del Duce» che nulla c’entrano col giovane Jan, qualcuno giura di aver visto anche Mussolini e Petacci fare il biglietto. Il concerto sicuramente si farà, altrove, ma la polemica è densa ed è tutta antifascista (ancora?). Distacco dalla realtà. È impossibile chiamarci nazione, fintanto che sarà violato il culto intimo e comune della morte vivente. I nostri morti vivono con noi. Solo la brutalità di questo tempo nocivo cancellerebbe il ricordo come legame, come processo di rielaborazione e generazione del patrimonium, ovvero di ciò che i padri lasciano in dote. E nel ricordo i padri sono più giovani dei figli, perché in esso sbiadiscono i margini della banalità terrena, v’è solo esempio, come oro tra la sabbia, setacciata la vita carnale come scorza consumata. Ecco cos’è la memoria, la vittoria del rito sulla nullità, della comunità sull’individualismo. E ognuno, santo cielo, abbia spazio e tempo per il proprio ricordo, per non morire di secchezza. Si riunisca, accenda fiaccole, percorra una strada, suoni e canti. A Jan Palach, Alain Escoffier, Norma Cossetto, ai fanti della Grande Guerra, a ogni infoibato, ai giovani di Acca Larentia, non è mai stato fatto un funerale, perché sono in vita, genesi di una più profonda coscienza laica, capace di superare l’eresia della gioventù e il cinismo della saggezza. Viviamo la peste nera di contraddizioni e miseria: la democrazia edittale; come volere la democrazia vietandola a forza di editti, censure, ricatti, propria di un tempo che si vuole discolpare da tutto perché incapace di assumersi le proprie responsabilità. E la memoria è una grande responsabilità. Chi ricorderà Ingrao, e chi i morti della Rsi. Almirante che da solo si fece spazio tra due ali dense di comunisti di periferia per dare l’estremo saluto a Enrico Berlinguer, nel 1984. Pajetta che ricambiò il favore, quattro anni dopo. Il silenzio del tempio. Di un altro tempo. Due fasi conviventi della storia collettiva d’Italia. Nessuno, in un sistema che si dice moderno, talmente maturo da accogliere, capire e integrare civiltà lontane da noi, deve permettersi di ostacolare il momento del ricordo, annullandolo, castrandolo. Come per Palach, così per i fanti della Grande Guerra, in un centenario quasi dimenticato, tra revisionismo e silenzio, una sfuggente adorazione del sangue di chi è morto per fondare la Patria; così per Norma Cossetto. Lo scorso febbraio, all’Università di Padova, frequentata dalla ventitreenne violentata e infoibata dai partigiani rossi di Tito, fu impedita la presentazione di un fumetto dedicato alla sua storia. Fuori i fascisti dalle università, dicevano. E che dire dei morti di Acca Larentia. Ogni anno, dal 1978, nonostante gli uomini e i loro vizi, il tempio si ricostruisce e si reca a via Acca Larentia, a Roma – dove tre giovani ragazzi furono ammazzati dall’estremismo rosso perché militanti della parte opposta -, per celebrare la continuità ideale. Un lungo corteo, nessun estintore lanciato. Silenzio. Contemplazione. Eppure per L’Espresso, che in un recente numero ha utilizzato una foto proprio di quella commemorazione come bestia da mostrare per indignarsi, quelli sono fasci che minacciano, picchiano, attaccano. Da fermare. Non v’è pace! Inutile parlare dei morti della Rsi. È proibito tutto, per loro, anche un fiore, tanto che il sindaco di Venaria Reale, mesi fa, ne fece rimuovere alcuni lasciati in loro ricordo presso il cimitero comunale dove riposano. No, a «questi rigurgiti nostalgici», scrisse il sindaco. È vietato rispettare chi scelse una via diversa dalla storiella dei liberatori per sfamare in fretta gli italiani ancora impolverati dalle macerie dei bombardamenti. Episodi continui. La degradazione della memoria è il tentativo delle sinistre di generare un ricordo clandestino e uno ufficiale. La degenerazione dell’esempio libera lo spazio per la narrazione ideologica. La sinistra, nelle sue declinazioni, è un cadavere politico, ma detiene ancora il primato culturale. È lei l’organizzatrice di eventi, il direttore artistico, il pubblico e la critica. Solo se il sovranismo avrà la forza di uscire da un movimento di reazione allergica, a tratti folkloristico, in altri utopico, e riuscirà a codificarsi in un movimento culturale, che solo in seguito dia slancio all’azione politica, riuscirà ad arginare la forza delle sinistre, sempre culturalmente riunite in un dettato globalista, antinazionale, ateo e migrante. Una forza che le permette di essere l’unica spacciatrice di verità sulla piazza”