VERSO UN GOVERNO DEL PRESIDENTE

Come ho detto altre volte, sono solito scrivere l’articolo per “Social” la domenica mattina, cinque giorni prima che il giornale vada in edicola, il venerdì successivo. Ciò espone il mio pezzo al rischio di essere superato da un repentino mutare degli eventi. Soprattutto in occasioni come questa, quando si è alla vigilia di una decisione che può andare in due direzioni diverse.
Proviamo a ricapitolare i fatti: un sistema bipolare divenuto tripolare; la nascita di una creatura politica artificiale che sembra pensata apposta per evitare il trionfo delle forze anti-sistema; un meccanismo elettorale che impedisce la formazione di una maggioranza parlamentare; un risultato delle urne – infine – che determina ingovernabilità e quindi destabilizzazione, com’era probabilmente negli auspici dei nostri tanti nemici e concorrenti, al di qua e al di là dell’oceano.
In tale contesto si muovono i protagonisti della crisi: capi-partito vincitori e vinti dell’ultima tornata elettorale e, soprattutto, il Capo dello Stato, l’unico ad avere il potere di decidere. E il Capo dello Stato – come scrivevo qualche settimana fa – non ha la minima fretta di sciogliere le Camere e di tornare a votare. I capi-partito, dicono tutti di non avere paura di un ritorno alle urne; qualcuno si spinge anche a sollecitarlo, come Di Maio. In realtà, il voto anticipato è desiderato soltanto da chi è sicuro di trarne vantaggio: praticamente, il solo Salvini.
Quanto alle Camere, queste sono presidiate da una solida maggioranza “conservatrice”. Nel senso che i suoi membri vogliono assolutamente conservare il posto appena ottenuto, e non hanno alcun desiderio di concorrere nuovamente per ottenere ciò che hanno conquistato non senza fatica. Il conservatorismo di deputati e senatori, tuttavia, non è omogeneo: i più conservatori sono quelli che appartengono a partiti in fase calante. Se dobbiamo tenere conto dei risultati delle recenti elezioni in Molise e in Friuli-Venezia Giulia, i più conservatori di tutti dovrebbero essere i grillini.
Questo conservatorismo diffuso potrebbe avvantaggiare un eventuale Presidente del Consiglio incaricato, cui mancassero pochi voti per la fiducia. Ma potrebbe anche favorire quella che – al momento – sembra la soluzione più probabile; e cioè un “Governo del Presidente”, comunque denominato: istituzionale, di tregua, di garanzia, o come più vi aggrada.
Lo specialista in questo genere di cose era Napolitano: suo il capolavoro di un Monti, chiamato al governo senza che nessuno lo avesse eletto mai neanche capo-condominio, messo lì per “tenere i conti in sicurezza”, cioè per legare più strettamente l’economia italiana alla dittatura europea.
Mattarella seguirà la stessa strada? È troppo presto per dirlo. Certo, se si prenderà atto solo adesso (sono serviti due mesi!) che il Rosatellum ci ha regalato un parlamento senza una maggioranza, sarà praticamente impossibile andare al voto prima di ottobre (almeno). Nelle more, il Presidente della Repubblica dovrà giocoforza nominare un “suo” governo. Ed è questa – temo – l’ipotesi più probabile.
Perché dico “temo”? perché i nomi che si sussurrano negli ambienti bene informati sono molto “europei”. Dove il richiamo all’Europa significa “non interrompere il cammino delle riforme”, cioè continuare il nostro calvario, continuare a cedere sovranità, continuare a farci espropriare della nostra ricchezza, continuare a farci invadere, continuare con i tagli alla sicurezza, alla salute, alle retribuzioni, al nostro stile di vita.
Quali sono questi nomi? Il meno indigesto di tutti è quello di Alessandro Pajno, magistrato, Presidente del Consiglio di Stato, già consigliere giuridico dello stesso Mattarella quando questi fu Ministro non ricordo bene di cosa.
Poi c’è Tito Boeri, il presidente dell’INPS, assertore di un modello pensionistico che non sarebbe passato neanche nella Cambogia di Pol-pot.
Ultimo non ultimo, infine, Guido Tabellini, già docente di materie economiche alla Bocconi (come Monti), alla Stanford University, alla California University e, forse, in qualche altra fucina di disciplinati seguaci delle teorie globaliste e mondialiste. Anzi – secondo i bene informati – “i mercati” farebbero il tifo proprio per quest’ultimo, giudicato l’elemento che meglio potrebbe garantire “il cammino delle riforme”. Come avvenne, a suo tempo, per Mario Monti.
Vorrei sbagliarmi, ma il clima che aleggia è molto simile a quello che spirava ai tempi del Torquemada della Bocconi e della contessa Fornero. Con ciò non voglio dire che il capo di un “governo del presidente” debba necessariamente essere un rigorista. Temo, però, che – di fronte al solito trucchetto dello spread – il capo di un siffatto governo non trovi l’energia per resistere, rassegnandosi a seguire i “consigli” che paternamente gli saranno rivolti dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale, cioè dai nemici della nostra economia.
Spero di sbagliarmi, spero ardentemente di sbagliarmi, ma credo che all’orizzonte ci sia un nuovo Monti.

Le opinioni eretiche
di Michele Rallo