Un pensiero su Alitalia:

Un pensiero su Alitalia:
Un “piano industriale” che il governo aveva collegato alla sopravvivenza di Alitalia, deciso da un “referendum”  votato da  circa due terzi dei lavoratori, mentre Alitalia perde 1 milione di euro al giorno.
Sulla base di questo risultato il consiglio di amministrazione, “data l’impossibilità di ricapitalizzazione” ha deciso di “avviare le procedure previste dalla legge”, un riferimento all’amministrazione straordinaria della Società per procedere alle attività di messa in liquidazione.
E’ da dire che Alitalia, di “piani industriali” ne ha pianificati diversi , in tutti questi decenni,  ma nessuno è riuscito a rilanciare definitivamente la Compagnia.  E non possiamo nascondere , comunque, che i “pianificatori” di questi “piani industriali” sono costati, negli anni parecchie centinaie di migliaia di euro.
Un tempo Alitalia era la compagnia di bandiera di proprietà dallo Stato, prima in Europa a volare con aerei a reazione nel 1969, terza compagnia del vecchio continente dopo Lufthansa e British Airways e considerata tra le prime 7 in tutto il mondo. Numeri grandi.
Oggi Alitalia è la compagnia aerea più travagliata in Europa. Mentre l’industria aeronautica sta vivendo un boom, la società italiana sta combattendo con le  perdite. Alitalia conta circa 12.700 dipendenti per soli un centinaio di aerei e circa 22 milioni di passeggeri all’anno (riferimento 2016). Ryanair, concorrente a basso costo, ha poco più di 11.000 lavoratori per  300 aerei e 117 milioni di passeggeri (riferimento 2016).
Nel 1996 fu il governo presieduto da l sig. Prodi che decide di quotare in borsa una quota (il 37%).di Alitalia. Ad acquistare i titoli ci sono anche tanti piccoli risparmiatori. La privatizzazione, come tutte le recenti iniziative della sinistra (leggasi JobActs, Italicum, Riforma Costituzionale, Riforma delle pensioni, Legge Fornero, Lotta agli immigrati..)  non ha gli effetti sperati.
Nel 2008, dopo anni di cattiva gestione ad opera dei cosidddetti “managers di stato” Alitalia viene  salvata, ancora una volta, dal governo italiano. Il primo ministro Silvio Berlusconi vuole, però, che Alitalia rimanga “italiana”. Così, con spirito patriottico, crea una BAD COMPANY  “società cattiva” (oggi usare termini inglesi fa tanto radical chic (*)) , per le passività, ed una nuova società, la Nuova Alitalia. I contribuenti sopportano i costi della “società cattiva”, pagando un supplemento sui biglietti di volo.
Il gruppo di imprenditori italiani, i cosiddetti “capitani coraggiosi” (voluti da Berlusconi) ha guadagnato, invece, la nuova Alitalia, pulita dai debiti. Dopo circa 6 anni, però,  anche i “capitani coraggiosi” sventolano bandiera bianca. Nel 2014 Alitalia è ancora in difficoltà e, questa  volta, Etihad Airways appare sulla scena ed acquista una partecipazione del 49 per cento in azienda.
Dopo appena  3 anni, la società con sede a Abu Dhabi rischia di perdere, ora,  tutto ciò che ha fatto. E questo, dopo che i dipendenti della compagnia aerea hanno rifiutato di approvare l’ultimo piano di salvataggio. Così ora sembra che Alitalia non abbia altra scelta che il fallimento.
Ora, come sempre accade,  si carca di addossare, sui dipendenti di Alitalia, le responsabilità per questo scenario spaventoso. I piloti ed il personale di cabina hanno rifiutato un piano basato su licenziamenti,  sui tagli dello stipendio mensile i e dei giorni lavorativi. Questo piano doveva essere approvato dai dipendenti, come richiesto dai sindacati dei lavoratori. Il solerte  primo ministro Paolo Gentiloni ha anche invitato pubblicamente il personale aeronavigante  Alitalia a votare ‘SI’.
L’approvazione del “piano” rappresentava una scelta dolorosa per i diipendenti, costretti a pagare ancora una volta per gli errorri dei  cosiddetti “managers” ( anche qui il riferimento alla espressione idiomatica mutuata dall’inglese, acquista tutto il suo significato radicl  chic(*)) e,  naturalmente, c’era da aspettarselo, ha ottenuto il risultato opposto. La maggioranza ha votato “NO”. Ma perchè i lavoratori di Alitalia hanno rifiutato un piano che, benchè comportasse un duro sacrificio, offriva una possibilità di evitare il rischio di liquidazione e,  in ultima analisi, di perdere, così,  il loro posto di lavoro?
I lavoratori di Alitalia, come la stragante maggioranza dei cittadini italiani, sono arrabbiati con il “sistema”,  con i politici ed  con i dirigenti che guadagnano compensi milionari,  (rimanendo  improduttivi) senza aver saputo rilanciare una compagnia che, in un mercato come quello aeronautico di oggi doveva necessariamente “cambiare rotta”.

Le persone comuni pensano, ormai , che nessuno potrà mai risolvere i loro problemi: il tasso di disoccupazione tra i giovani è ai livelli storici più alti; i salari stanno diminuendo; la classe media sente che sta diventando povera.
Questa infelicità e frustrazione esplode quando qualcuno viene chiamato ad esprimere la propria idea  in un sondaggio, per qualunque cosa sia: “si vota con la pancia”, non con il cervello.  Si vuole dare un segnale di protesta a chi ha governato (malissimo in questi ultimi decenni).
La storia di Alitalia è la stessa del referendum italiano dello scorso dicembre, che ha portato Matteo Renzi, primo ministro, a dimettersi; come la vittoria elettorale di Donald Trump; come il sorprendente voto della Brexit; come il successo della signora Le Pen in Francia. In quasi tutti i paesi occidentali, i dirigenti di stato ed i politici stanno diventando sempre i  più odiati.

(*) sostenitori e promotori di riforme o cambiamenti politici e sociali più appariscenti e velleitari che sostanziali.

Luigi Liguori