SOVRANITÀ MONETARIA ANCHE PER FRONTEGGIARE I DISASTRI

Non è una fissazione quella di insistere sulla necessità che lo Stato torni a emettere una propria moneta, anche soltanto – almeno in questo momento storico – in aggiunta alla moneta unica europea.

La riprova della giustezza di questa teoria, purtroppo, è oggi sotto gli occhi di tutti: è la drammatica mancanza di fondi per rimediare ai danni dell’ultimo disastro idrogeologico, per aiutare chi ha perso tutto, per far ripartire le aziende produttive, per rimettere in piedi interi comparti economici che sono stati distrutti. Ed è – aggiungo – la mancanza di fondi necessari a prevenire, a fronteggiare, a limitare le conseguenze dei possibili, dei probabili futuri disastri di natura climatica (o anche sismica). Occorre dragare il letto e rafforzare gli argini dell’intera rete fluviale del nostro paese, mettere in sicurezza gli edifici pubblici e tutto intero il patrimonio monumentale che è fonte di ricchezza inesauribile per l’Italia, acquisire le tecnologia, i mezzi, le attrezzature per un pronto ed efficace intervento in caso di emergenze. Penso anche – per fare un solo esempio – a una adeguata flotta di Canadair per combattere gli incendi estivi.

Parliamo di cifre enormi, forse 50 miliardi all’anno, per non so quanti anni. Ma – ecco il dramma – questi soldi non ci sono. O ce li facciamo prestare dai “mercati”, facendo così salire alle stelle il nostro debito pubblico (altro che il 2,4%!); o lasciamo che l’Italia vada in malora. Ma non è detto. La soluzione c’è. Basterebbe che lo Stato emettesse dei certificati di credito per quei – poniamo – 50 miliardi all’anno, e il problema sarebbe risolto. Anzi, si otterrebbe anche di mettere in circolazione una consistente dose di liquidità aggiuntiva, andando così nella direzione giusta – l’unica direzione giusta – per uscire dalla crisi.

Vi sarebbe un’unica controindicazione, l’avversione dell’Unione Europea. Per motivi ideologici, per i loro stramaledetti “valori” secondo i quali gli Stati devono rinunziare al diritto-dovere di creare il loro danaro, regalando tale facoltà ad un pugno di privati, che soli possono creare il danaro, prestarlo agli Stati ed imporre loro i “sacrifici” necessari a onorare il conseguente debito pubblico. È un meccanismo perverso, che spesso i poteri forti riescono a camuffare da “logica dei mercati”, ma che appare in tutta la sua miserabile innaturalità in casi come questo, quando ci si trova di fronte ad una realtà brutale: lo Stato ha bisogno di soldi per evitare la distruzione del paese, ma non può creare i suoi soldi e deve farseli prestare dai privati cui ha ceduto quella prerogativa. E, se non può farseli prestare, deve condannare all’emergenza continua, al disastro annunziato il suo popolo.

Ci rendiamo conto di quanto sbagliati siano i “valori” che le élites brussellesi vogliono imporre ai popoli europei? Ci rendiamo conto di quanto immorale sia questo sistema economico “globale”, che priva gli Stati di un loro diritto fondamentale per favorire gli interessi della speculazione finanziaria?

Qualcuno obietterà che il problema è più vasto, che dipende dai mutamenti climatici in atto in tutto il globo e che gli Stati del mondo intero non sono in grado di fronteggiare. Concordo: il problema è globale, come globale è l’incapacità di risolverlo. Perché? Perché combattere i mutamenti climatici nel loro complesso sarebbe possibile, solo che gli Stati comunque associati (basterebbe anche questa deprimente ONU voluta dagli americani) creassero uno strumento finanziario ad hoc. Ne parlavo su queste stesse pagine un paio d’anni fa: «I governanti del mondo non sono tutti imbecilli, sanno benissimo che cosa si dovrebbe fare per fermare i mutamenti climatici. Ma non possono far nulla, perché tutti gli opportuni interventi hanno un costo elevato, e gli Stati – tutti gli Stati, anche i più ricchi – non dispongono dell’enorme quantità di danaro che sarebbe necessaria. (…) Basterebbe che gli Stati si riappropriassero delle loro naturali prerogative per disporre delle risorse necessarie a fermare il disastro ambientale. Eppure, nessuno fra gli illustri conversatori della conferenza parigina si è sognato di dire una cosa così ovvia: il mondo sta andando in fumo, per salvarlo basterebbe disporre delle risorse finanziarie necessarie, creiamo noi queste risorse e spendiamole oculatamente. Nossignori, la catastrofe ambientale non è un motivo sufficiente a porre in discussione il “diritto” dei mercati ad arricchirsi sulla pelle dei popoli. Che il mondo vada pure in malora, purché la finanza usuraia possa continuare a fare gli affaracci suoi.

E, invece, basterebbe un po’ di coraggio, di lucido coraggio per salvare il mondo. E ci si arriverà, prima o poi. Magari non mettendo in discussione il diritto dei mercati a succhiare il sangue dei popoli, magari consentendo che gli Stati creino in proprio soltanto il danaro strettamente necessario per affrontare i disastri climatici e le sfide ambientali, magari con tutte le limitazioni possibili e immaginabili, ma alla fine il Mondo dovrà per forza prendere atto che gli interventi per la sua salvezza devono essere fatti, piaccia o non piaccia a Moody’s o alla Banca Rotschild. (…) Come si potrebbe agire nell’immediato? Creando una istituzione monetaria pubblica, con la partecipazione di tutti gli Stati del mondo in misura proporzionale al numero dei rispettivi abitanti, ed autorizzando tale istituzione ad emettere dei titoli di credito (cioè del denaro) spendibili esclusivamente per gli interventi di salvaguardia ambientale: dallo sviluppo massiccio delle energie rinnovabili all’adeguamento delle strutture industriali di singoli Stati agli standard più ecologici, passando per le misure – anche “minori” – di risparmio energetico e per ogni altra iniziativa volta alla tutela del mondo in cui viviamo.»

Certo, ci vorrà del tempo, molto tempo perché gli Stati (cioè la politica, non l’antipolitica) trovino il coraggio di ribellarsi all’oligopolio privato del pubblico denaro. Ma sarebbe bello che l’Italia, ancora una volta, potesse svolgere un ruolo di avanguardia, potesse indicare al mondo la strada da percorrere per liberarsi dalla tirannia della speculazione finanziaria.

Michele Rallo