LUCI E OMBRE DEL REDDITO DI CITTADINANZA

 

Il “reddito di cittadinanza” sembra essere diventato una sorta di spartiacque interno fra i sostenitori del governo giallo-verde. Chi – grosso modo – si colloca a sinistra, é favorevole. Chi sta a destra – viceversa – é piú prudente, e spesso giustifica il sostegno della Lega con il rispetto del contratto di governo. É una divisione che poi si estende anche agli ambienti antigovernativi: in linea di massima favorevoli i sinistrorsi; in linea di massima contrari i destrorsi; arrampicati sugli specchi, infine, quelli di un PD sempre piú kafkiano.

Per ció che vale la mia personalissima opinione, questa volta sto a sinistra. Naturalmente, non in termini incondizionati, ma con le riserve del caso (e sono molte), ancora una volta da eretico.

Ribadisco – innanzitutto – quello che ho giá detto in passato. Alcuni fra i miei lettori ricorderanno forse ció che scrissi su “Social” del 6 aprile 2018, titolando «Reddito universale e reddito di cittadinanza: non é la stessa cosa».

Scrivevo allora che una seria proposta di “reddito di cittadinanza” non potesse prescindere da due elementi: innanzitutto, il ritorno dello Stato italiano al diritto-dovere di emettere una propria moneta, sottraendo cosí i necessari interventi di natura assistenziale agli equilibri ragionieristici della speculazione finanziaria globalizzata; e, in secondo luogo, una legislazione assai rigida in materia – appunto – di cittadinanza, con esclusione di ogni buonismo da operetta.

Nessuno dei miei due suggerimenti – va da sé – é stato accolto. Il governo “del cambiamento” ha continuato ad obbedire ai diktat ultraliberisti della finanza internazionale. E – in omaggio alla corrente piú sinistra dei Cinque Stelle – il reddito “di cittadinanza” é stato assicurato anche a chi la cittadinanza non ce l’ha. La qualcosa – aggiungo – equivale da un grazioso invito agli aspiranti migranti di tutto il mondo: venite in Italia, dove, se non trovate di meglio, vi assicuriamo un sussidio di 780 euro al mese. Follía pura.

Fin qui gli aspetti negativi. I principali, perché ce ne sono anche altri. Tutto ció, comunque, non deve far dimenticare gli aspetti positivi del provvedimento. Primo fra tutti, il ritorno ad una visione sociale dello Stato. Il quale Stato – a mio modo di vedere – ha il preciso dovere di assistere i suoi cittadini che versino in condizioni di grave disagio. In Italia – apprendo dalle statistiche – ci sono oltre 5 milioni di persone in “povertá assoluta”, e quasi il doppio in stato di “povertá relativa”. Fino ad oggi lo Stato si era semplicemente disinteressato di questi 14 o 15 milioni di cittadini, facendo finta che non esistessero. Non trovavano un lavoro? Pazienza. Erano le regole del mercato. Le imprese chiudevano e si trasferivano in Cina o in Marocco, licenziando tutti? Anche questo dipendeva dalle regole del mercato e non ci si poteva fare nulla. Non riuscivano a portare il pane a casa? Che andassero alla Charitas. Non avevano un tetto? Che si arrangiassero nelle baraccopoli delle periferie. E cosí di questo passo.

Adesso, con questo pur pasticciato “reddito di cittadinanza” lo Stato ha finalmente battuto un colpo.

Certo, si poteva fare meglio, molto meglio. Hanno ragione coloro che sostengono che era preferibile offrire delle opportunitá di lavoro piuttosto che dei sussidi. Hanno perfettamente ragione. Solo che, se non si ha il coraggio di respingere la tirannia della globalizzazione economica, di opportunitá di lavoro ce ne sono e ce ne saranno sempre di meno.

Perché? Perché il progetto dei “mercati” é quello di distruggere la “fortezza Europa”, disarticolando la sua industria, invadendo le sue piazze con prodotti a basso costo di provenienza extracomunitaria, annientando le sue individualitá nazionali in una indistinta macedonia migratoria.

Ecco perché il “reddito di cittadinanza” potrá fare ben poco per cambiare le cose. Sará un’altra passata di pannicelli caldi, come gli 80 euro di Renzi. Ricordate? Avrebbero dovuto dare una scossa al paese, far ripartire i consumi. A distanza di qualche anno, ormai, é chiaro che non hanno spostato di una virgola le lancette della crisi.

Con il reddito di cittadinanza sará piú o meno la stessa cosa. Occorrerebbero cifre ben maggiori – almeno dieci volte tanto – per provocare davvero un cambio di rotta. Questo provvedimento non produrrá nulla di eccezionale, quindi. E tuttavia si tratta di una misura importante, quanto meno sul piano morale. Perché disegna uno Stato che non abdica ai suoi doveri istituzionali, perché segna il ritorno ad una dimensione sociale della politica. E, in tempi di Jobs Act e di Global Compact, non é cosa da poco.

Michele Rallo