Jan Palach…

“Alla sinistra Palach, Cossetto, i ragazzi di Acca Larentia, i caduti della Grande Guerra e della RSI bruciano ancora. La memoria impossibile”, di Emanuele Ricucci, LIBERO del 18/01/2019

LEGGI L’ARTICOLO >> “A questo Paese fa male la memoria. Stavolta non si può ricordare Jan Palach, giovane martire della libertà che si diede alla fiamme, a Praga, nel gennaio ‘69, quando la Russia comunista tentava di arrestare, a suon di carri armati, la modernizzazione della sua Cecoslovacchia, diretta a un socialismo dal volto umano. Quel fuoco arde ancora. A Verona caos e proteste. L’evento Terra e Libertà. A cinquant’anni dal suo sacrificio. Concerto per Jan Palach, patrocinato dalla Provincia di Verona, ora è senza una casa. La Congregazione delle Sacre Stimmate, proprietaria del teatro in cui si sarebbe dovuto svolgere il concerto, prima ha concesso lo spazio, e poi ha ritrattato, mentre in città c’è chi grida al fascismo (ancora?), Berizzi e Stella che si rimbalzano la bile, su Repubblica e Corriere della Sera, scrivendo di tentativo delle «formazioni neofasciste di appropriarsi della figura di Palach», o di spiriti «nostalgici del Duce» che nulla c’entrano col giovane Jan, qualcuno giura di aver visto anche Mussolini e Petacci fare il biglietto. Il concerto sicuramente si farà, altrove, ma la polemica è densa ed è tutta antifascista (ancora?). Distacco dalla realtà. È impossibile chiamarci nazione, fintanto che sarà violato il culto intimo e comune della morte vivente. I nostri morti vivono con noi. Solo la brutalità di questo tempo nocivo cancellerebbe il ricordo come legame, come processo di rielaborazione e generazione del patrimonium, ovvero di ciò che i padri lasciano in dote. E nel ricordo i padri sono più giovani dei figli, perché in esso sbiadiscono i margini della banalità terrena, v’è solo esempio, come oro tra la sabbia, setacciata la vita carnale come scorza consumata. Ecco cos’è la memoria, la vittoria del rito sulla nullità, della comunità sull’individualismo. E ognuno, santo cielo, abbia spazio e tempo per il proprio ricordo, per non morire di secchezza. Si riunisca, accenda fiaccole, percorra una strada, suoni e canti. A Jan Palach, Alain Escoffier, Norma Cossetto, ai fanti della Grande Guerra, a ogni infoibato, ai giovani di Acca Larentia, non è mai stato fatto un funerale, perché sono in vita, genesi di una più profonda coscienza laica, capace di superare l’eresia della gioventù e il cinismo della saggezza. Viviamo la peste nera di contraddizioni e miseria: la democrazia edittale; come volere la democrazia vietandola a forza di editti, censure, ricatti, propria di un tempo che si vuole discolpare da tutto perché incapace di assumersi le proprie responsabilità. E la memoria è una grande responsabilità. Chi ricorderà Ingrao, e chi i morti della Rsi. Almirante che da solo si fece spazio tra due ali dense di comunisti di periferia per dare l’estremo saluto a Enrico Berlinguer, nel 1984. Pajetta che ricambiò il favore, quattro anni dopo. Il silenzio del tempio. Di un altro tempo. Due fasi conviventi della storia collettiva d’Italia. Nessuno, in un sistema che si dice moderno, talmente maturo da accogliere, capire e integrare civiltà lontane da noi, deve permettersi di ostacolare il momento del ricordo, annullandolo, castrandolo. Come per Palach, così per i fanti della Grande Guerra, in un centenario quasi dimenticato, tra revisionismo e silenzio, una sfuggente adorazione del sangue di chi è morto per fondare la Patria; così per Norma Cossetto. Lo scorso febbraio, all’Università di Padova, frequentata dalla ventitreenne violentata e infoibata dai partigiani rossi di Tito, fu impedita la presentazione di un fumetto dedicato alla sua storia. Fuori i fascisti dalle università, dicevano. E che dire dei morti di Acca Larentia. Ogni anno, dal 1978, nonostante gli uomini e i loro vizi, il tempio si ricostruisce e si reca a via Acca Larentia, a Roma – dove tre giovani ragazzi furono ammazzati dall’estremismo rosso perché militanti della parte opposta -, per celebrare la continuità ideale. Un lungo corteo, nessun estintore lanciato. Silenzio. Contemplazione. Eppure per L’Espresso, che in un recente numero ha utilizzato una foto proprio di quella commemorazione come bestia da mostrare per indignarsi, quelli sono fasci che minacciano, picchiano, attaccano. Da fermare. Non v’è pace! Inutile parlare dei morti della Rsi. È proibito tutto, per loro, anche un fiore, tanto che il sindaco di Venaria Reale, mesi fa, ne fece rimuovere alcuni lasciati in loro ricordo presso il cimitero comunale dove riposano. No, a «questi rigurgiti nostalgici», scrisse il sindaco. È vietato rispettare chi scelse una via diversa dalla storiella dei liberatori per sfamare in fretta gli italiani ancora impolverati dalle macerie dei bombardamenti. Episodi continui. La degradazione della memoria è il tentativo delle sinistre di generare un ricordo clandestino e uno ufficiale. La degenerazione dell’esempio libera lo spazio per la narrazione ideologica. La sinistra, nelle sue declinazioni, è un cadavere politico, ma detiene ancora il primato culturale. È lei l’organizzatrice di eventi, il direttore artistico, il pubblico e la critica. Solo se il sovranismo avrà la forza di uscire da un movimento di reazione allergica, a tratti folkloristico, in altri utopico, e riuscirà a codificarsi in un movimento culturale, che solo in seguito dia slancio all’azione politica, riuscirà ad arginare la forza delle sinistre, sempre culturalmente riunite in un dettato globalista, antinazionale, ateo e migrante. Una forza che le permette di essere l’unica spacciatrice di verità sulla piazza”