“DA PALADINO DELLA PACE A SCERIFFO DELLA GUERRA”

“DONALD TRUMP:DA PALADINO DELLA PACE A SCERIFFO DELLA GUERRA”

Su Trump – lo riconosco – ho sbagliato. Non sulle sue possibilità di successo (quando il “New York Times” dava l’80% delle probabilità di vittoria alla Clinton), non sulla forte spinta popolare, non sulla reazione nazionalista al globalismo dei poteri forti, non sull’opposizione sacrosanta all’immigrazione selvaggia, non su tutto quello che faceva impazzire gli intellettuali spocchiosi del politicamente corretto… Su tutto questo ci ho “azzeccato”. Ho sbagliato, invece, sul suo essere alternativo allo scenario di guerra globale che la vittoria della Clinton avrebbe determinato, e che una presidenza Trump – al contrario – avrebbe dovuto scongiurare.
Certo, ho delle attenuanti. Mi basavo sulla esplicita promessa di Trump di sotterrare l’ascia di guerra con Putin e di combattere insieme il nemico del mondo civile, cioè il terrorismo islamico. Da candidato, Donald Trump lo aveva detto, ridetto, ripetuto in tutte le salse: Putin non è il nemico degli USA, Assad non è il nemico degli USA, il nemico è l’ISIS.
E, invece, cosa ha fatto appena è stato eletto Presidente? È andato a bombardare proprio Assad, con la scusa che questi avesse usato armi chimiche. Quando tutti sanno – chiedetelo anche alle pietre della Mesopotamia – che gli unici a far uso di armi chimiche in Siria sono i ribelli “moderati”, quelli che, guarda caso, sono finanziati dai servizi segreti a stelle e strisce. A suo tempo, lo certificò anche Carla Del Ponte (magistrata svizzera attiva sul fronte dei crimini di guerra internazionali), affermando che «stando alle testimonianze che abbiamo raccolto, i ribelli hanno usato armi chimiche (…) al momento sono solo gli oppositori al regime ad aver usato il gas sarin». [vedi “Social” del 14 aprile]
Perché è avvenuto questo? Perché Trump – messo in croce dai suoi avversari che di fatto gli impediscono di governare – ha cercato di ingraziarsi i potentati mediorientali che hanno sostenuto la Clinton: cioè Israele e l’Arabia Saudita, che giustappunto sono i grandi burattinai della manovra che vorrebbe frantumare i grandi paesi arabi (Siria, Irak, Libia) per dar vita ad una miriade anarchica di staterelli inoffensivi e facili da manovrare. [vedi “Social” del 21 aprile]
A tutto ciò, si è aggiunto un altro elemento: l’accusa di essersi giovato dell’azione dei russi per contrastare la candidatura della Clinton. È il cosiddetto russiagate, con cui i suoi nemici lo tengono in scacco, bloccandolo, immobilizzandolo, facendone un presidente dimezzato, con la spada-di-Damocle dell’impeachment perpetuamente sospesa sul capo.
Eppure, a Trump sarebbe bastato poco, pochissimo per uscire da questo incubo. Gli sarebbe bastato andare in televisione, e dire agli americani quel che gli americani già sapevano. E cioè che la Russia post-comunista non era più la nemica dell’Occidente, e che a giovarsi di “aiutini” stranieri era stata la sua avversaria Hillary Clinton, come provato dalla mole di imbarazzanti e-mail “trafugate” da Wikileaks e, soprattutto, dalle cifre astronomiche dei finanziamenti stranieri alla sua campagna elettorale: cominciando dal più grosso finanziatore, che è stato il Regno dell’Arabia Saudita, e proseguendo con George Soros, con la Fondazione Rockfeller e con altri potenti e potentati legati al mondo ebraico.
Sarebbe bastata una sola apparizione televisiva per riconquistare la libertà d’azione e la dignità che un Presidente della maggiore potenza mondiale dovrebbe avere. Ma non poteva farlo, perché aveva deciso di andare a cercare protezione proprio in Israele e nell’Arabia Saudita. D’altro canto – fateci caso – è solo quando intraprende pazzesche crociate anti-siriane o anti-iraniane che il Congresso gli dà il via libera, consentendogli di giocare a indiani e cow-boys. Per il resto, basta che modifichi di una virgola una qualunque norma sull’immigrazione, e immediatamente viene a trovarsi la strada sbarrata da una manovra parlamentare, o magari da qualche magistrato con nostalgie obamiane.
La sua ultima genialata è stato l’annunzio della disdetta dell’accordo sul nucleare con l’Iran. Riproposizione pura e semplice della richiesta di una delle due fazioni israeliane, quella che fa capo a Nethanyahu. Al premier israeliano – per la cronaca – è vicino il genero di Trump, il finanziere ebreo Jarod Kushner (sposo di Ivanka). Il genero della Clinton – il finanziere ebreo Marc Mezvinsky (sposo di Chessa) – è invece vicino alla fazione israeliana anti-Nethanyahu.
Dimenticavo: in quanto massima nazione musulmano-sciita, l’Iran è visto come il fumo negli occhi dall’Arabia Saudita, capofila dell’estremismo musulmano-sunnita. Prendendosela con l’Iran, dunque, il tycoon americano recupera i proverbiali due piccioni con una fava, ingraziandosi in blocco tutti i potentati sion-petroliferi del Medio Oriente.
C’è una controindicazione, però. E la controindicazione è che la Russia non starà certamente a guardare. L’ultima mossa di Donald Trump, dunque, potrebbe essere estremamente pericolosa. Fino a prefigurare uno scenario molto simile a quello che si sarebbe realizzato con una presidenza Clinton: quello di un confronto armato fra USA e Russia, con l’Europa a fungere da campo di battaglia per le due superpotenze.
A questo punto, tanto vale che il Congresso si spicci a decretare l’impeachment di Pel-di-Carota, ed a togliercelo dai piedi. Il vice-presidente Mike Pence farebbe certamente meno danni.

Michele Rallo