CHI HA PAURA DEI CARABINIERI?

di Michele Rallo

Lo devo alla mia educazione familiare, prima ancora che a quella politica: per me, poliziotti, carabinieri, guardie di finanza, guardie carcerarie e tutti gli altri agenti dell’ordine non sono mai stati “gli sbirri”, ma i rappresentanti dello Stato (con la S maiuscola), i garanti della convivenza civile, i difensori del cittadino contro la violenza dei delinquenti. Ovvero – come diceva Almirante – “i ragazzi in divisa che rischiano la vita per difendere la nostra libertà”. Anche quando – nel Sessantotto o giù di lì – mi vedevo arrivare in casa la Digos per qualche perquisizione notturna alla ricerca di “prove” di una mia inesistente attività sovversiva… Anche allora – mi piace ricordarlo – non mi apparivano come nemici, ma come dei militari che obbedivano agli ordini, talora anche non condividendoli.

Ma – non me ne vogliano i miei tanti amici Poliziotti – una predilezione particolare l’ho sempre avuta per l’Arma, per i Carabinieri. E non soltanto per il loro essere al tempo stesso forza dell’ordine e forza militare, ma per essere essi un Simbolo vivente della nostra Patria, della nostra Storia, come la fanfara dei Bersaglieri, come le Frecce Tricolori. Sono cose che appartengono alla nostra anima nazionale, alle nostre radici, al nostro essere italiani nel profondo, là dove nessuna “riforma della cittadinanza” potrà mai arrivare.

I lettori scuseranno questa mia lunga premessa, scuseranno le tante maiuscole (Patria, Storia, Simboli) che – mi si creda – non sono manifestazioni di esteriorità retorica. Una premessa assai ampia, ma forse necessaria per far capire appieno quanto mi sdegni ogni tentativo di gettare fango sull’Arma, talora per semplice imbecillità, talora per un avvilente calcolo politico.

Intendiamoci: i Carabinieri sono uomini come tutti noi, possono sbagliare come tutti noi, hanno al loro interno anche delle “mele marce” come tutti gli organismi collettivi. Lungi da me l’idea che, se un Carabiniere sbaglia, non se ne possa parlar male. Ma ci sono occasioni in cui sembra che l’attacco ai Carabinieri ecceda la critica degli errori dei singoli (se ci sono stati) per diventare quasi un attacco all’Arma, al Simbolo. Vedete – sembra che ci si voglia dire – oramai tutto è fango, non esiste più nulla che si salvi in Italia, neanche i Carabinieri…

Spero di essermi sbagliato, ma sono proprio queste le considerazioni che mi sono venute alla mente in questi giorni, quando alcuni ufficiali e militari dell’Arma sono stati sotto i riflettori per due fatti di cronaca assolutamente da dimostrare, ammesso che siano dimostrabili: il presunto stupro di Firenze, e il presunto depistaggio nella indagine CONSIP.

Procediamo con ordine. A pochi giorni dallo stupro bestiale e cattivo di Rimini (quello si dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio), due studentesse americane affermano di essere state violentate da due carabinieri che le avevano accompagnate a casa dopo essere intervenuti per sedare una rissa in un night. Gli accusati ammettono di aver avuto un rapporto con le ragazze, che però sarebbero state assolutamente consenzienti. Nulla di fuori dal normale: parti avverse che si rimpallano le responsabilità, accusandosi vicendevolmente. In altre occasioni, i mezzi d’informazione avrebbero sospeso il giudizio, per tornare a parlare della vicenda dopo che le perizie mediche avessero accertato se ci fosse stata o meno violenza. E invece, no. I due carabinieri sono stati subito additati al pubblico ludibrio da una stampa che – in buona parte – ha accettato come oro colato le accuse delle due signorine. Quasi che si fosse alla ricerca di una attenuante per l’episodio truculento di Rimini, quasi che si volesse dire: perché prendersela solo con gli immigrati, quando in Italia stuprano un po’ tutti, carabinieri compresi? È stata una gara a chi la sparava più grossa, fino ad ipotizzare che le “violenze” fossero avvenute con la minaccia delle armi; anzi – assicurava un telegiornale – a provarlo ci sarebbe stato addirittura un video girato di nascosto con un telefonino. Poi, dopo aver ottenuto il risultato di intossicare l’opinione pubblica, un improvviso black out. Non sono riuscito a comprendere il motivo di questo repentino silenzio: forse – ma è solamente una mia ipotesi – nel frattempo le perizie mediche avranno dimostrato che non c’è stata alcuna violenza. Personalmente, comunque, sono portato a credere più a due nostri carabinieri che non a due studentesse americane.

Altro episodio: l’inchiesta sulla CONSIP, la centrale acquisti della Pubblica Amministrazione. Al centro della vicenda, un appalto miliardario e il sospetto che qualche imprenditore furbetto si sia dato un po’ troppo daffare per vincerlo. Fra i rami accessori dell’inchiesta, uno porta a Tiziano Renzi, padre di Matteo, che taluno vorrebbe al centro di un “traffico di influenze”.

Non entro nel merito della vicenda: se la vedranno i magistrati. Mi soffermo solamente su un aspetto: le accuse, piovute su alcuni ufficiali dei Carabinieri, di aver depistato le indagini, in modo da coinvolgervi Renzi padre. Tralascio del tutto l’aspetto giudiziario: anche qui, se la vedranno i magistrati.

Mi pronunzio, invece, sull’incredibile battage della stampa, con contorno di interrogazioni parlamentari, ferma presa di posizione del ministro della Difesa e, a conclusione, accorato allarme del Presidente del Consiglio per comportamenti che “screditano le istituzioni”. Al punto che il leggendario “capitano Ultimo” (anche lui chiamato in causa dal coro degli indignados democratici) si è visto costretto a far sapere – tramite il suo avvocato – di essere pronto a soddisfare il “diritto d’informazione” dei cittadini attraverso un pubblico dibattito in televisione. Naturalmente, come per incanto il tam tam mediatico si è subito arrestato.

 Ma io continuo a pormi un interrogativo: perché tanto fango sui Carabinieri?