Che Vinca la Patria Italia di Luca Romagnoli

 

Scrivo, da patriota a patrioti; forse meglio e di più, da padre di famiglia a padri.

Con preoccupazione, è vero, ma anche con speranza. Non rassegnato appunto, non prostrato dalla preoccupazione, anzi. Scrivo con l’auspicio che la mia voglia di immaginare ricostruita e rilanciata la nostra Nazione, sia diffusa; magari, sia una voglia ragionata, se non pienamente condivisa da diverse etiche. Scrivo con l’auspicio che la coalizione di centro-destra ottenga i numeri per governare. Scrivo, anche, per una serie di “non vinca”, e non solo relativi all’alienazione e all’astensione.

Siamo prossimi alle elezioni politiche che, mercé la peggiore legge elettorale mai avuta da che l’Italia è Stato unitario -per altro votata da un Parlamento di nominati-, propone uno schema di possibili maggioranze addirittura peggiori della precedente.

Già: un Parlamento che ha tenuto in piedi governi frutto dell’abile soggiacenza di un Presidente della Repubblica a interessi antinazionali, ha approvato a maggioranza “discreta” una legge più adatta a uno Stato governato da un Bokassa che a una democrazia del XXI secolo. Non c’è da meravigliarsene più di tanto. L’Emerito Napolitano ha per anni imposto un governo votato da una maggioranza parlamentare frutto di numeri assai diversi da quelli usciti dalle urne: è successo in Italia e in altri Stati dell’UE, proprio a dimostrazione di quanta poca sovranità hanno le Nazioni di questa Non-Europa.

Tralasciando, per esigenze di sintesi, quest’ultima considerazione (e concausa), del Parlamento che dopo il 4 marzo, mercé un’indecente legge elettorale, consentirà all’attuale Presidente della Repubblica di indicare, con ampio arbitrio, a chi affidare il governo, da Patriota mi rimane soprattutto una speranza: che tra gli elettori “assennati” non prevalga il disgusto. E che questo si traduca in astensione. Purtroppo, la democrazia inorganica rende tutte eguali le possibilità di voto; per guidare un veicolo ci vuole la patente, per sostenere un concorso ci vogliono titoli, per votare e delegare un governo basta la cittadinanza passiva (altro motivo buono, per qualcuno, per cambiare il sangue con il suolo). Anche per questo la democrazia rappresentativa non mi ha mai convinto, come, a ben vedere, non convinceva nemmeno quel democratico di Orwell. Tant’è.

Preso atto che le regole del gioco sono queste, sperare nel “che non vinca” significa soprattutto esortare gli indecisi.

E dunque?

Che non vinca, chi può vantare solo l’onestà.

Non è una virtù sufficiente (e dovrebbe essere ontologica di chi si propone come rappresentante o amministratore di comunità), altrimenti invece delle elezioni (ma anche delle “parlamentarie”), basterebbe il sorteggio.
Che non vinca chi pretende che una società sia fatta di “uguali”, tali solo perché “cittadini”.

Non basta. Non riesco ad ammettere che si possa campare senza fare niente, alla faccia di chi impegna la sua esistenza cercando una retribuzione ai suoi meriti, alle sue capacità, ai suoi sacrifici.
Che non vinca chi vuole rappresentare quelli che sono convinti di poter parlare di tutto con tutti senza nessuna conoscenza precipua acquisita.

Che non vinca la capacità di andare ai seggi degli assolutisti del relativismo, di quei presuntuosi alla Di Maio che (magari ispirandosi alla figura dell’attuale Ministra dell’istruzione), pensano si possa governare senza un titolo di studio e la capacità di usare grammatica e sintassi.

Che non vinca la capacità dei rancorosi, degli sprovveduti, dei livorosi, di quelli che si sentono rivoluzionari perché cliccano e votano e si fanno votare di più su internet.

Che non vincano quelli che pretendono di occupare un ruolo che non si occuperebbe (cui probabilmente neanche si ambirebbe) in una democrazia organica, ma che, come nella fattoria degli animali orwelliani, pretendono di contare “per capi” (o pro-capite) e vogliono contare più del contadino.

Non lasciamogli in mano la fattoria Italia. Senza contadini preparati prima o poi mancherà il mangime anche a galline e maiali.