“TIC-TAC, TIC-TAC”…QUANTO MANCA ALLA FINE DEL GOVERNO GIALLO-VERDE?

 TIC-TAC, TIC-TAC…

QUANTO MANCA ALLA FINE DEL GOVERNO GIALLO-VERDE?

Nei palazzi del potere si sussurrava già che, subito dopo le elezioni europee del maggio 2019, Salvini avrebbe staccato la spina e liquidato il governo giallo-verde. Ma siamo proprio sicuri che “il Capitano” aspetterà fino a maggio? Negli ultimi giorni sono aumentate le voci di corridoio che parlano di una data più ravvicinata, anteriore comunque alle elezioni europee.

Io non mi sentirei di scommettere per il prima o per il dopo. Semplicemente dico che l’ipotesi di una crisi più vicina mi sembra credibile.

Perché? Perché Salvini non ha interesse a continuare a legare la sua immagine a quella di un governo “giallo-verde” che non è in grado di affrontare con la radicalità necessaria la sfida epocale per il salvataggio della nostra economia dall’assedio dell’Europa tedesca e della finanza internazionale.

Salvini è stato bravo. Non ha badato alle etichette, accettando di governare insieme a certi personaggi che – per dirla con Fico – sono “antropologicamente diversi” da lui. Ha preso di petto i due problemi che dipendevano istituzionalmente dal suo Ministero (l’immigrazione e l’ordine pubblico) ed ha dimostrato di fare sul serio. Ha affrontato il tema dei rapporti con l’Europa all’insegna della dignità nazionale e delle scelte consequenziali. Ha dimostrato, in sostanza, di voler mantenere gli impegni e di avere gli attributi necessari per farlo.

Fatto sta che oggi è l’unico esponente politico ad avere l’apprezzamento della maggioranza assoluta del popolo italiano (per l’esattezza il 51%) e che il suo partito è saldamente al primo posto nei sondaggi. Se si votasse oggi, la Lega avrebbe da sola fra il 30 e il 35% dei voti, trascinando un Centro-destra a chiara trazione leghista verso una netta maggioranza.

I grillini – al contrario – non hanno saputo trarre vantaggio dalla loro permanenza al governo. Giggino si è dimostrato un ragazzo di buona volontà, ma con evidenti lacune. Sa solamente ripetere che per lui conta soltanto ciò che è scritto nel contratto di governo, e che tutto il resto (per esempio il problema dei rifiuti nella “terra dei fuochi”) non ha importanza. Non ha il pieno controllo del suo partito, con un’ala sinistra “fichiana” che tira calci e alza il tiro ogni giorno di più; per tacere di Di Battista, sgomento per aver scelto di ritirarsi sotto la tenda al momento sbagliato e che adesso spara a zero dal lontano Guatemala.

Quanto al partito o pseudopartito grillino, la sua onda lunga si è – credo definitivamente – arrestata. Non è più al primo posto nelle intenzioni di voto, ha fatto indecorosamente macchina indietro su molte promesse ribelliste della campagna elettorale (l’ILVA, la TAP, eccetera), mantenendo come ultima foglia di… fico il no all’alta velocità della Torino-Lione. Per contro, ha messo in cantiere una serie di provvedimenti pauperisti e giustizialisti che, se da una parte servono a tenere buono un certo elettorato giacobino e manettaro, gli alienano inevitabilmente quella parte di elettorato qualunquista e borghese che il 4 marzo l’aveva votato e che adesso subisce invece il fascino della Lega. Probabilmente i Cinque Stelle andranno incontro a una scissione o, forse, a più d’una.

Questo è il quadro d’insieme nel quale di muove il governo cosiddetto giallo-verde. Ma con quali prospettive? Con quelle di un contesto economico destinato fatalmente a peggiorare, perché questo governo – intrinsecamente debole malgrado certe presenze forti – non ha la determinazione necessaria a sostenere la guerra che l’Unione Europea e i “mercati” si accingono a muoverci. Il governo ha retto abbastanza bene all’assalto di fine ottobre (quello dello spread e delle agenzie di rating), ma dubito fortemente che possa fronteggiare anche l’attacco decisivo, quello che la mafia dei mercati ci muoverà attorno alla fine di dicembre, con l’obiettivo di commissariare la nostra economia nazionale (come con la Grecia).

Quali misure sarebbero necessarie? Mi ripeto: quella – innanzitutto – di avere una moneta o una similmoneta parallela con la quale finanziare la politica espansiva che il governo Conte ha appena accennato. La strada intrapresa è certamente quella giusta, ma non è una strada che si può percorrere con una manciata di miliardi in più per tappare qualche buco della nostra socialità massacrata.

Occorrono centinaia di miliardi di euro da destinare a un New Deal italiano, a una massiccia politica di investimenti pubblici che risollevi la nostra economia, come accadde per l’America di Roosevelt negli anni ’30 (per tacere di quanto si fece in Europa). Altro che il 2,4% del rapporto deficit/PIL! Una vera manovra espansiva richiederebbe cifre dieci volte superiori, che non possiamo farci prestare dai mercati “a debito”, ma che dobbiamo inevitabilmente creare noi “a credito”.

Ecco perché è certamente possibile che Salvini abbia deciso di provocare la crisi di governo e di andare – Mattarella permettendo – a elezioni anticipate. Due episodi farebbero pensare ad una scelta del genere, uno di àmbito “nordista” ed uno di àmbito “sudista”.

Il primo è la partecipazione dei deputati leghisti alla grande manifestazione Si-TAV di Torino. Una manifestazione chiaramente, esplicitamente, coralmente diretta contro i Cinque Stelle.

Il secondo episodio è il pesante affondo di Salvini sullo smaltimento dei rifiuti in Campania. “Il Capitano” vuole costruire i termovalorizzatori per risolvere l’emergenza dei fuochi, mentre “il Guaglione” e i suoi vogliono trattare l’immondizia con antidiluviane metodologie fai-da-te.

Bastano questi due elementi per affermare che il governo ha i giorni contati? Certamente no. Ma il contesto generale e soprattutto il quadro economico potrebbero dare concretezza a questa ipotesi.

Le sfide che attendono l’Italia sono formidabili, gigantesche, e non possono certo essere affrontate da un esecutivo debole, diviso, litigioso, fondato su una maggioranza parlamentare insicura.

Ripeto, non è possibile prevedere cosa accadrà. Ma si avvicina una scadenza importante, che potrebbe fungere da detonatore: la ratifica di una convenzione dell’ONU che costringerebbe tutti gli Stati firmatari ad accettare una immigrazione incontrollabile e senza limiti. È il cosiddetto “Global Compact”. Salvini non può permettere che passi un provvedimento del genere: sarebbe la tomba per tutta la sua politica di freno all’immigrazione.

È una “bomba a orologeria” sul cammino del governo. Mi sembra già di sentire il timer che scandisce il tempo mancante all’esplosione finale: tic-tac, tic-tac, tic-tac…

Michele Rallo

 

SOVRANITÀ MONETARIA ANCHE PER FRONTEGGIARE I DISASTRI

Non è una fissazione quella di insistere sulla necessità che lo Stato torni a emettere una propria moneta, anche soltanto – almeno in questo momento storico – in aggiunta alla moneta unica europea.

La riprova della giustezza di questa teoria, purtroppo, è oggi sotto gli occhi di tutti: è la drammatica mancanza di fondi per rimediare ai danni dell’ultimo disastro idrogeologico, per aiutare chi ha perso tutto, per far ripartire le aziende produttive, per rimettere in piedi interi comparti economici che sono stati distrutti. Ed è – aggiungo – la mancanza di fondi necessari a prevenire, a fronteggiare, a limitare le conseguenze dei possibili, dei probabili futuri disastri di natura climatica (o anche sismica). Occorre dragare il letto e rafforzare gli argini dell’intera rete fluviale del nostro paese, mettere in sicurezza gli edifici pubblici e tutto intero il patrimonio monumentale che è fonte di ricchezza inesauribile per l’Italia, acquisire le tecnologia, i mezzi, le attrezzature per un pronto ed efficace intervento in caso di emergenze. Penso anche – per fare un solo esempio – a una adeguata flotta di Canadair per combattere gli incendi estivi.

Parliamo di cifre enormi, forse 50 miliardi all’anno, per non so quanti anni. Ma – ecco il dramma – questi soldi non ci sono. O ce li facciamo prestare dai “mercati”, facendo così salire alle stelle il nostro debito pubblico (altro che il 2,4%!); o lasciamo che l’Italia vada in malora. Ma non è detto. La soluzione c’è. Basterebbe che lo Stato emettesse dei certificati di credito per quei – poniamo – 50 miliardi all’anno, e il problema sarebbe risolto. Anzi, si otterrebbe anche di mettere in circolazione una consistente dose di liquidità aggiuntiva, andando così nella direzione giusta – l’unica direzione giusta – per uscire dalla crisi.

Vi sarebbe un’unica controindicazione, l’avversione dell’Unione Europea. Per motivi ideologici, per i loro stramaledetti “valori” secondo i quali gli Stati devono rinunziare al diritto-dovere di creare il loro danaro, regalando tale facoltà ad un pugno di privati, che soli possono creare il danaro, prestarlo agli Stati ed imporre loro i “sacrifici” necessari a onorare il conseguente debito pubblico. È un meccanismo perverso, che spesso i poteri forti riescono a camuffare da “logica dei mercati”, ma che appare in tutta la sua miserabile innaturalità in casi come questo, quando ci si trova di fronte ad una realtà brutale: lo Stato ha bisogno di soldi per evitare la distruzione del paese, ma non può creare i suoi soldi e deve farseli prestare dai privati cui ha ceduto quella prerogativa. E, se non può farseli prestare, deve condannare all’emergenza continua, al disastro annunziato il suo popolo.

Ci rendiamo conto di quanto sbagliati siano i “valori” che le élites brussellesi vogliono imporre ai popoli europei? Ci rendiamo conto di quanto immorale sia questo sistema economico “globale”, che priva gli Stati di un loro diritto fondamentale per favorire gli interessi della speculazione finanziaria?

Qualcuno obietterà che il problema è più vasto, che dipende dai mutamenti climatici in atto in tutto il globo e che gli Stati del mondo intero non sono in grado di fronteggiare. Concordo: il problema è globale, come globale è l’incapacità di risolverlo. Perché? Perché combattere i mutamenti climatici nel loro complesso sarebbe possibile, solo che gli Stati comunque associati (basterebbe anche questa deprimente ONU voluta dagli americani) creassero uno strumento finanziario ad hoc. Ne parlavo su queste stesse pagine un paio d’anni fa: «I governanti del mondo non sono tutti imbecilli, sanno benissimo che cosa si dovrebbe fare per fermare i mutamenti climatici. Ma non possono far nulla, perché tutti gli opportuni interventi hanno un costo elevato, e gli Stati – tutti gli Stati, anche i più ricchi – non dispongono dell’enorme quantità di danaro che sarebbe necessaria. (…) Basterebbe che gli Stati si riappropriassero delle loro naturali prerogative per disporre delle risorse necessarie a fermare il disastro ambientale. Eppure, nessuno fra gli illustri conversatori della conferenza parigina si è sognato di dire una cosa così ovvia: il mondo sta andando in fumo, per salvarlo basterebbe disporre delle risorse finanziarie necessarie, creiamo noi queste risorse e spendiamole oculatamente. Nossignori, la catastrofe ambientale non è un motivo sufficiente a porre in discussione il “diritto” dei mercati ad arricchirsi sulla pelle dei popoli. Che il mondo vada pure in malora, purché la finanza usuraia possa continuare a fare gli affaracci suoi.

E, invece, basterebbe un po’ di coraggio, di lucido coraggio per salvare il mondo. E ci si arriverà, prima o poi. Magari non mettendo in discussione il diritto dei mercati a succhiare il sangue dei popoli, magari consentendo che gli Stati creino in proprio soltanto il danaro strettamente necessario per affrontare i disastri climatici e le sfide ambientali, magari con tutte le limitazioni possibili e immaginabili, ma alla fine il Mondo dovrà per forza prendere atto che gli interventi per la sua salvezza devono essere fatti, piaccia o non piaccia a Moody’s o alla Banca Rotschild. (…) Come si potrebbe agire nell’immediato? Creando una istituzione monetaria pubblica, con la partecipazione di tutti gli Stati del mondo in misura proporzionale al numero dei rispettivi abitanti, ed autorizzando tale istituzione ad emettere dei titoli di credito (cioè del denaro) spendibili esclusivamente per gli interventi di salvaguardia ambientale: dallo sviluppo massiccio delle energie rinnovabili all’adeguamento delle strutture industriali di singoli Stati agli standard più ecologici, passando per le misure – anche “minori” – di risparmio energetico e per ogni altra iniziativa volta alla tutela del mondo in cui viviamo.»

Certo, ci vorrà del tempo, molto tempo perché gli Stati (cioè la politica, non l’antipolitica) trovino il coraggio di ribellarsi all’oligopolio privato del pubblico denaro. Ma sarebbe bello che l’Italia, ancora una volta, potesse svolgere un ruolo di avanguardia, potesse indicare al mondo la strada da percorrere per liberarsi dalla tirannia della speculazione finanziaria.

Michele Rallo

 

 

LE AGENZIE DI RATING:…..

LE AGENZIE DI RATING:
UN OGGETTO MISTERIOSO
(MA NON TANTO)

Dopo quello di Moody’s è giunto anche il verdetto della Standard & Poor’s a completare il quadro di quest’ultimo capitolo della guerra alla sovranità italiana. Anzi, è andata meglio del previsto. Vedremo domattina, ad apertura dei mercati (scrivo queste note alla domenica) come si muoverà la speculazione finanziaria.
Ma non è di questo che voglio parlare. D’altro canto, non avrei nulla da aggiungere alle notizie che, in questi giorni, vengono sparse a piene mani da giornali e telegiornali. Voglio piuttosto utilizzare questo spazio per dare qualche notizia di quelle che vengono solitamente taciute dai grandi organi d’informazione. Nulla di clamoroso: fatti e circostanze che sono perfettamente noti a tutti gli addetti ai lavori. Ma che gli organi d’informazione si guardano bene dal comunicare al grande pubblico, quasi che tutti si sia obbligati a sapere che cosa siano certi oggetti misteriosi (il rating, lo spread), chi siano gli organismi che li determinano (le “agenzie”), in che modo possano incidere sulla nostra realtà. Ma anche – mi permetto di aggiungere – a chi appartengano i soggetti che determinano tutto ciò, quali interessi perseguano, quale sia il loro ruolo nel contesto generale della speculazione finanziaria che, in questa nostra epoca, governa i destini del mondo.
E, allora, parliamo un po’ di queste misteriose (ma non tanto) “agenzie di rating” che imperversano dalle news di questi giorni. Si tratta di organismi privati che si occupano di fare una valutazione (un rating) sulle società che emettono titoli sul mercato finanziario e sulle loro capacità di onorare le obbligazioni assunte. Fin qui, nulla di particolare; anche se talora si è avuto il sospetto che tali valutazioni abbiano favorito certe società e sfavorito altre. Negli USA ci sono state polemiche furibonde sul ruolo delle agenzie di rating nella crisi del 2008; e qui da noi – anche se nessuno ne parla – la Procura della Repubblica di Trani ha inquisito la Standard & Poor’s per il ruolo avuto nel declassamento di alcune banche italiane.
Ma – ripeto – fino a quando la valutazione si limita all’àmbito delle aziende private, bisognerà soltanto stare attenti al codice civile e al codice penale. Il fatto grave, enorme, inammissibile da ogni e qualsiasi punto di vista è quello che vede le predette agenzie dare adesso le pagelle – se così posso dire – anche agli Stati: non soltanto arrogandosi la facoltà (tutta da dimostrare) di saper prevedere il futuro andamento della loro economia, ma anche emettendo di fatto giudizi sulla solidità o meno delle coalizioni di governo, sulla opportunità o meno di effettuare una riforma del sistema pensionistico, o del sistema sanitario, o del mercato del lavoro. Né si tratta di valutazioni fine a sé stesse, perché tali rating – accolti come vangelo dai grandi mezzi d’informazione – vengono riversati sui mercati finanziari, determinando se gli “investitori” debbano chiedere per i titoli pubblici dello Stato X o dello Stato Y un interesse maggiore o minore. È il meccanismo che determina il cosiddetto spread, cioè la differenza del rendimento dei titoli pubblici di uno Stato rispetto a quelli di un altro (nel nostro caso il riferimento è ai bund tedeschi).
A questo punto, è lecito domandarsi: chi o che cosa sono queste “agenzie di rating”, considerate ormai le padrone dell’universo finanziario? Chi le ha create? Chi ha conferito loro il potere di determinare i destini di intere nazioni? Che qualità divinatorie possiedono per asserire che, in futuro, l’Italia o la Spagna o la Francia o qualsiasi altra nazione siano o meno in condizione di onorare i loro impegni? Che autorità hanno? Che credibilità hanno? Sono agenzie dell’ONU? Sono organismi dipendenti da istituzioni finanziarie internazionali?
Niente di tutto questo. Sono delle aziende private, dedite all’unica missione delle aziende private: fare soldi. E, come si vedrà, di soldi ne fanno tanti, tantissimi.
Chi lo volesse, potrebbe trovarne conferme più che autorevoli nella rete. Io mi sono soffermato, in particolare, su un illuminante articolo di Fabio Pavesi, già pubblicato su “Il Sole 24 Ore”, un quotidiano certo non sospetto di ostilità alla logica dei cosiddetti “mercati”. Ho avuto conferma, così, che le agenzie di rating siano dei veri e propri giganti finanziari, di quelli che macinano utili su utili: «Moody’s, solo nel 2009, per ogni 100 dollari che ha fatturato ne ha guadagnati sotto forma di utile operativo ben 38. (…) Dal 2005 al 2009 Moody’s ha generato profitti per complessivi 2,8 miliardi [di dollari].» E la Standard & Poor’s? «L’intera divisione ha fatturato, nel 2009, 2,6 miliardi di dollari con profitti operativi per circa un miliardo. Come si vede un bel 39% di marginalità, in linea con la rivale Moody’s.»
Ma l’aspetto più interessante dell’articolo non riguarda i guadagni delle agenzie di rating, bensì la loro proprietà. In sostanza, chi si nasconde dietro le varie etichette, soprattutto dietro quella di Moody’s, la più importante e la più aggressiva della compagnia. Pavesi snocciola una sfilza di nomi e di sigle, che però poco o nulla dicono ai non addetti ai lavori. Salto, perciò, alla conclusione: «Insomma, i più grandi gestori di fondi a livello mondiale sono azionisti di Moody’s. E guarda caso lo stesso copione si riproduce in Standard & Poor’s.»
Quindi, a ben guardare, i padroni delle agenzie di rating sono i principali protagonisti del mondo finanziario: sono i medesimi “investitori” che acquistano sul mercato i titoli del debito pubblico delle nazioni, gli stessi che hanno la pretesa di dettare le loro regole agli Stati, gli stessi che vogliono fare shopping con le privatizzazioni, gli stessi che amano la Fornero e difendono il Job’s Act, gli stessi nemici della sovranità italiana. Come meravigliarsi se costoro declassano la nostra economia nazionale? Sarebbe strano il contrario.
Michele Rallo

TE LO DO’ IO LO “SPREAD”

Tra gennaio e giugno 2011, la principale banca tedesca, Deutsche Bank, effettuò una clamorosa vendita di titoli di Stato italiani, per un importo pari a 7 miliardi di euro, innescando così un meccanismo folle che presto spinse le istituzioni finanziarie degli altri Stati a fare lo stesso. Deutsche Bank, quindi, prima scommise contro il debito sovrano italiano, comprando i cosiddetti “credit default swap”(CDS) , e poi ne scatenò la crisi, vendendo i nostri titoli di Stato.
Ecco come è nata la tempesta perfetta. Le operazioni della principale banca tedesca crearono panico sui mercati, ma soprattutto l’ aumento della domanda di BUND tedeschi, che da allora cominciarono ad essere considerati l’unico bene rifugio in Europa, e corrispondente aumento del prezzo e riduzione del rendimento (le due grandezze sono inversamente proporzionali)…….e Berlusconi fu costretto a dimettersi.
La storia dello spread, quindi, inizia con una Banca Centrale Europea (BCE) che presta alle Banche, al 4% di interesse, tutti gli euro che esse chiedono, per qualsiasi motivo.
Una qualsiasi banca italiana, quindi, chiede in presito dei soldi alla BCE e con quei soldi presi in prestito al 4% compra dei Buoni del Tesoro Poliennali (BTP). A quanto dovrebbe, quella banca, vendere poi i BTP acqustati?
Teoricamente allo 4, 1 %……tuttavia, basta mettere in piedi un meccanismo che comprenda, stime negative di debito pubblico, politiche da campagna elettorale  ed informazioni che incutino timore, ed ecco che se le cosiddette agenzie di “rating” annuncino che l’Italia potrebbe essere a rischi fallimento (default).  Allora, chi compra il BTP vorra’ assicurarsi contro il fallimento ipotizzato, comprando, insieme al BTP, un certificato assicurativo  (derivato finanziario), il famoso CDS.
Se, quindi, lo spread (differenza di rendimento tra due titoli di stato), in questo caso BUND tedeschi e BTP italiani, e’ pari a 300 punti (3%), il CDS che una banca italiana deve comprare, influisce sul prezzo del BTP, maggiorandolo del 3%.
Quindi se si vuole dare il 2% su un BTP di valore 100, aggiungendo il costo dell’assicurazione su quel BTP, il valore del BTP stesso scende a 95 (100-2-3).
La nostra banca, pero’, poiche’ non crede nel fallimento dell’ Italia, non compra i CDS, cosa che “sfugge” a chi, in Italia, dovrebbe vigilare sulla corretta vendita.
Ora secondo le agenzie di “rating” , la Germania non e’ un paese a rischio “default” e quindi non sarebbe necessario acquistare i CDS. Tuttavia, quegli speculatori  internazionali che acquistano i CDS (derivati speculativi)  senza acquistare BTP fanno salire lo “spread”. Cosa e’ lo spread?  Uno strumento utilizzato da speculatori finanziari in quei paesi dove  c’e’  “ossa da spolpare” o da spregiudicati politici allo scopo di scalzare qualcuno che da’ fastidio.

Luigi Liguori

“SIAMO IN GUERRA”….

SIAMO IN GUERRA.
E A FINE MESE
LE AGENZIE DI RATING
CI BOMBARDERANNO

Dunque, il governo è arrivato davvero al giro di boa. La decisione di aumentare del 2,4% il rapporto deficit/pil non è una normale scelta di politica economica; ma – come altri hanno già detto – una vera e propria dichiarazione di guerra all’Unione Europea. E non solo all’Unione Europea – mi permetto di aggiungere – ma all’intero meccanismo della globalizzazione economica di cui l’UE è soltanto un piccolo ingranaggio.
La misura potrebbe a prima vista apparire di scarsa importanza: un ritocchino ad un debito pubblico astronomico, tale da essere matematicamente inestinguibile (a meno che non si vogliano chiudere scuole, ospedali e caserme dei carabinieri). Il problema – dunque – non è tanto o soltanto quello delle cifre, pur considerevoli, di cui Lega e 5 Stelle hanno bisogno per rispettare gli impegni elettorali… Il problema è quello del messaggio che si manda a Bruxelles e a Wall Street: l’Italia respinge il destino greco che i poteri forti avevano disegnato per noi, e si riappropria di una parte (sia pur piccola) della sovranità che aveva ceduto ai commessi viaggiatori di UE, BCE, OCSE, FMI e onorata compagnìa.
In altre parole, ci rifiutiamo di continuare sulla linea del rigore, dei sacrifici, del massacro sociale, ed iniziamo a muoverci nella direzione opposta, verso una politica espansiva che è la negazione stessa dei funesti “parametri di Maastricht” che ci sono stati imposti.
Naturalmente, è solo un inizio, un timido inizio, stando ben attenti a non offrire a Mattarella il destro per poter invocare il rigore del ragioniere. Ed è un inizio tutt’altro che ineccepibile, viziato dalla demagogia, dal velleitarismo, dal dilettantismo di certi predicatori dell’antipolitica. Ma è comunque un inizio che va nella direzione giusta. Anche il tanto vituperato reddito di cittadinanza, pur con le sue macroscopiche approssimazioni, affronta un problema reale: i cinque milioni di poveri in Italia, che le “riforme” europee vorrebbero semplicemente ignorare e che invece i governanti italiani intendono in qualche modo soccorrere.
Idem per la riforma della Fornero: un tasso di disoccupazione “ufficiale” dell’11%, che i Soloni dell’UE considerano ottimale per l’Italia, e che Salvini vuole invece ridurre mandando gli anziani in pensione e rendendo liberi migliaia di posti per la nuova occupazione giovanile.
La flat tax, altra bestia nera del conformismo politico, benché appena appena accennata. Certo che farebbe pagare meno tasse ai ricchi, ma pure ai poveri e alla classe media. E anche in questa direzione un segnale – sia pure soltanto un primo segnale – viene dato dal DEF, con grande scorno dei vari figli di troika che vorrebbero una politica fiscale volta a prosciugare le tasche degli italiani.
Ecco perché la “nota di aggiornamento” del governo giallo-verde è un atto di guerra all’Unione Europea e, soprattutto, a quei nostri potentissimi nemici che sono “i mercati”.
E fin qui – si potrebbe dire – tutto bene. Le cose, però, potrebbero complicarsi, perché a un atto di guerra i nostri nemici risponderanno certamente con altri atti di guerra. Le ostilità, probabilmente, inizieranno attorno alla fine del mese, quando le agenzie di rating determineranno il declassamento dei nostri titoli di Stato. Sarà il primo passo di un attacco violentissimo, anche se l’Italia non è il Venezuela (e neanche la Grecia) e sarà perciò difficile che possano farci davvero male. Né l’Unione Europea si spingerà fino al punto di espellerci, per il semplice fatto che una misura del genere provocherebbe una fortissima crisi finanziaria in Germania. E la Germania – si sa – è quella che comanda in Europa.
Nulla di catastrofico, quindi. Ma ciò non vuol dire che la crisi non si farà sentire. Per combatterla veramente, radicalmente, efficacemente c’è un solo sistema. L’ho detto mille volte e lo ripeto: nazionalizzare la Banca d’Italia e tornare a creare i nostri soldi (o magari soltanto una moneta aggiuntiva e parallela). Solo così si potrà ottenere il denaro necessario a governare decentemente, senza essere obbligati a farcelo prestare dai mercati, senza indebitarci coi mercati, senza essere ricattabili dai mercati; ed anche – aggiungo – senza bisogno di ricorrere ai vecchi giochetti di prestigio, come potrebbe essere quello di assottigliare ulteriormente una spesa pubblica che è già ridotta all’osso.
Ora, mi domando: questo governo giallo-verde ha gli attributi – diciamo così – per realizzare una contro-riforma di tale portata? E, se non vorrà intraprendere questa controriforma, sarà almeno in grado di opporre una resistenza efficace alla guerra che ci verrà mossa? È questo il vero punto interrogativo. Abbiamo aperto le ostilità. Ma adesso siamo in grado di reggere l’urto del nemico?
Attenzione, la guerra sarà dura. Il nemico è di quelli infidi, senza scrupoli. Dobbiamo aspettarci di tutto: dal colpo di Stato modello 2011 ai disordini eterodiretti, al “gesto isolato” di qualche “sconsiderato”, a qualsiasi altra porcheria si possa immaginare. La posta in gioco è altissima, e lo scontro sarà senza esclusione di colpi.

Le opinioni eretiche
di Michele Rallo