Calabria – un’arida sanita’

Si legge sul “Quotidiano del sud” – edizione di Cosenza, pag. 4 : L’ASP e i Sindacati :” Medici di Pronto Soccorso in malattia, l’ASP pronta a denunciare tutto in Procura”.

Si premette che il diritto alla salute è un diritto ineludibile ed è riconosciuto dalla Costituzione; in Calabria sono circa  10 anni che tale diritto non è garantito, nonostante sia pagato dal contribuente e trattenuto sulle buste paga dalla Regione! La stessa Regione, commissariata da 10 anni per il piano di rientro, non è riuscita a garantire quei livelli minimi di guardia che i Pronti Soccorso dovrebbero garantire; il tutto nonostante gli stessi lavoratori abbiano esercitato al meglio la propria professione. Manca quel capitale umano e quei macchinari in numero e quantità  adeguata a servire l’effettivo bacino di utenza; una situazione che, complice il picco elevatissimo di turisti e residenti, pone a rischio i soggetti affetti da patologie considerato che spesso il personale medico rimane in servizio abbondantemente oltre orario.

Chiarito ciò, personalmente, se dovessi malauguratamente aver bisogno di un Pronto Soccorso, presterei scrupolosa attenzione affinché  sia sicuro di essere assistito come da protocollo.

Sergio La Ghezza – Circolo ” Beppe Niccolai”

Destra Sociale Cosenza

CHI HA PAURA DEI MINI-BOT ?

Riceviamo e pubblichiamo –

Le opinioni eretiche di Michele Rallo.

C’era da aspettarselo: l’approvazione della mozione che apre la strada alla emissione dei “mini-bot” ha fatto saltare i nervi ai paladini dei mercati. Il piú arrabbiato, il piú acido, il piú cupo di tutti sembra essere il governatore uscente della BCE, Mario Draghi, il quale ha scandito che i mini-bot o sono un titolo di debito (e in questo caso aumentano il debito pubblico complessivo) o sono una valuta parallela (e in questo caso sono illegali). Doppia inesattezza (e uso un termine gentile). Il debito, “questo” debito c’é giá. É quanto la pubblica amministrazione deve ai privati italiani: 90 miliardi di euro circa, e non giá gli «oltre 50 miliardi» (e scusate se é poco) di cui parlano con pudica ritrosía i telegiornali. É una parte del nostro debito pubblico complessivo, accertato, certificato e messo a bilancio.
I mini-bot, dunque – lo capiscono anche i bambini – non sono e non possono essere altro debito, bensí soltanto la attestazione di quel debito. É come se lo Stato, invece di riconoscere genericamente quel debito, lo consacrasse con l’emissione di un titolo specifico. Esattamente come fa quando si fa prestare i soldi dai “mercati”: prendendo del danaro e rilasciando in contropartita dei titoli, che in quel caso sono i BTP (Buoni del Tesoro Poliennali). Nel nostro caso, il corrispettivo del danaro lo Stato l’ha giá preso (sono le merci e i servizi che ha ottenuto a credito) e i mini-bot (dove“bot” sta per Buoni Ordinari del Tesoro) non sarebbero altro che l’equivalente casereccio dei BTP. Con una differenza, e non di poco conto: i BTP sono titoli fruttiferi, a fronte dei quali lo Stato italiano deve corrispondere, per un determinato numero di anni, gli interessi che sono determinati dallo spread e dagli altri meccanismi che si è inventati l’usurocrazia globalista; i mini-bot, invece, sono titoli infruttiferi, che, oltre a non aumentare l’ammontare del debito pubblico, non ci costano neanche un centesimo di interessi. Seconda opzione di Draghi: se non sono debito aggiuntivo, i mini-bot sono “valuta parallela”, e sono perció illegali. Iniziamo col dire che i mini-bot sarebbero semmai una moneta parallela, non una valuta parallela. La differenza é enorme, perché la moneta puó circolare solo all’interno del paese emittente, mentre la valuta é una moneta che sia negoziabile anche all’estero. Quello che la normativa europea ci inibisce é di emettere euro per conto nostro, e comunque di stampare una valuta, cioé una moneta che abbia corso legale anche all’estero. Nulla vieta che uno Stato dell’UE possa mettere in circolazione una pseudomoneta aggiuntiva o, a maggior ragione, dei certificati di credito destinati ad una circolazione soltanto interna. É appena il caso di ricordare che la Banca di Francia emette una moneta convertibile con l’euro: é il Franco CFA, destinato alla circolazione nelle ex colonie africane ma a corso legale anche in territorio francese. La Banca Centrale Europea ha il monopolio dell’emissione dell’€uro, non di qualunque moneta nazionale; anche perché molti paesi dell’UE non hanno adottato la moneta unica. E comunque, anche a voler ammettere che non si possa emettere una moneta nazionale, nulla vieta una moneta parallela, una moneta aggiuntiva, una moneta fiscale, né tantomeno l’emissione di certificati di credito o di buoni del tesoro di qualunque taglio.
Diciamola tutta: Draghi ha sbagliato clamorosamente (o ha voluto sbagliare per lanciareun messaggio). Comunque ha sbagliato e, con lui, hanno sbagliato i tanti draghetti (dal ministro Tria al presidente di Confindustria) che si sono precipitati a ripetere pappagallescamente lo slogan che riconduce i mini-bot a debito o illegalitá. Ma, stando cosí le cose, perché mai i mercati si mostrano tanto allarmati? Per due motivi. Il primo: perché i mini-bot sarebbero di piccolo taglio (si ipotizza da 5 a 100 euro), di formato simile a quello delle banconote e, soprattutto, trasferibili a terzi che potrebbero utilizzarli per il loro fine naturale (pagare le tasse) o per cederli ad altri soggetti ancóra. La qualcosa ne farebbe di fatto una sorta di moneta
parallela, in grado di mettere in discussione il dogma della dittatura monetaria dell’€uro nel nostro paese.
Il secondo motivo d’allarme risiede nella creazione di un precedente assai pericoloso (per loro). Se oggi lo Stato italiano puó pagare qualcosa (i debiti della pubblica amministrazione) con risorse proprie, senza essere obbligato a passare per la mafia dei mercati e senza pagare un centesimo di interessi, cosa impedisce – in un domani nemmeno troppo lontano – che possa utilizzare lo stesso sistema per
pagare altro? Chessó… la messa in sicurezza del territorio contro il dissesto ambientale, o la manutenzione delle scuole pericolanti, o – perché no? – quota 100 e il reddito di cittadinanza? E tutto questo con risorse proprie, senza fare crescere il debito pubblico, senza ricorrere al massacro sociale. Cosa pericolosissima (sempre per loro, naturalmente) perché in questo caso la speculazione straniera non potrebbe piú venire in Italia a fare shopping a spese della nostra economia nazionale. Avete capito cosa possono rappresentare i
mini-bot? Ben piú di un mezzo per pagare i debiti della pubblica amministrazione verso i privati, come da interpretazione (riduttiva) dei vertici di Lega e Cinque Stelle. I mini-bot possono rappresentare l’inizio di una vera inversione di tendenza, il ritorno alla speranza, alla ragionevolezza, l’alt al degrado, all’impoverimento, al massacro sociale. E – sia pure in prospettiva – possono annunciare la rinascita dello Stato, con tutte le sue naturali attribuzioni, con le sue regole, con i suoi “muri”, con il suo diritto-
dovere di battere moneta, di lavorare per il benessere dei propri cittadini e non per la felicitá dei mercati. Naturalmente, tutto ció potrá avvenire soltanto se il governo che al momento ci rappresenta avrá il coraggio e la determinazione per andare fino in fondo. E non mi riferisco soltanto alle risposte da dare alle lamentazioni immancabili della Commissione Europea, ma anche all’assedio spietato, cattivo, senza esclusione di colpi cui ci sottoporranno i “mercati” allo scopo di riportarci all’ovile. Come é avvenuto in Grecia, inducendo quel leone di Tsipras ad alzare súbito bandiera bianca e ad arrendersi ai figli di troika.
Se i nostri governanti se la sentono di sfidare i poteri fortissimi, bene. Altrimenti, che ci risparmino almeno la pantomima del vorrei-ma-non-posso.Questo vale per i mini-bot, ma vale anche per la flat tax, per le clausole di salvaguardia, per la manovra finanziaria e per tutto il resto.

Le opinioni eretiche di Michele Rallo

Luca Romagnoli – Salone delle Fontane 5 Maggio 2019

Luca Romagnoli – Salone delle Fontane 5 Maggio 2019

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https://youtu.be/7pJX82xCXrA

Roma 5 Maggio 2019 alla manifestazione “Salva Roma”, presentazione dei candidati alle Europee del 26 Maggio 2019.

Luca Romagnoli, anni 57, docente universitario in Roma. Missino dal 1975, parlamentare europeo dal 2004 al 2009, con impegno dimostrato

(oltre 800 interrogazioni, oltre 400 interventi in aula, 3 relazioni e tutto nonostante l’emarginazione che all’epoca la non appartenenza ad un gruppo imponeva),

con impegno al servizio solo della mia Nazione, della mia Patria.

Sono stato lì a rappresentare e diffondere con orgoglio le analisi e i progetti che oggi con faciloneria altri hanno riscoperto.

Ho avuto emozioni, a Strasburgo, ho sentito suggestioni, forse diverse. L’emozione che ti dà la vista della Cattedrale, le radici e le passioni, per un’altra è alta Europa, speranze e impegni che voglio mio figlio, e le prossime generazioni di europei, continuino a sentire, per mille e mille anni.

E tutto questo è il senso di appartenenza ad una comunità che è stata e sarà ancora grande, grazie all’etica che l’ha guidata per millenni, voglio e vogliamo difendere, anzi rilanciare.

Senza che religioni e stili di vita che non ci appartengono interferiscano sulle nostre millenarie tradizioni.

Veniamo da lontano e abbiamo una visione diversa dei confini e delle comunità. Per me le strade e i fiumi d’europa, le sue campagne e le sue città, che poche volte sono state calpestate da ruote e passi non europei,rappresentano molto più che semplici vie mercantili. Ho vissuto Strasburgo non come emiciclo, ove si vota teatralmente quello che già è stato delibato in commissione, ma come agorà ove cercare sintesi di interessi nazionali, e non di servili interessi antieuropei.

Occorre un altro passo in Europa. Occorre e occorreva, ad esempio, rinegoziare il debito pubblico con i lacché delle finanziarie transnazionali: questo governo e quelli precedenti anche, questo dovevano fare; e questo non hanno fatto.

Per concludere, quindi,

Non ho storie, non ho percorsi diversi da moltii che sono qui oggi; avevo e ho una storia, una identità, una Fiamma che ardeva e arde nel mio sentire e nel mio impegno politico.

Ho una sola storia una sola via, una sola identità e un solo progetto. Un’altra Italia in un’altra Europa; quelle delle radici!

Quell’Italia e quell’Europa che sono state e saranno faro di civiltà.

Questo insegno a mio figlio e per questo vi chiedo sostegno.

Per la Fiamma dell’identità e della continuità”.

Destra-conservatore-riformatore? Dove e per cosa militare.

Destra-conservatore-riformatore?
 Dove e per cosa militare.
Sinistra, il rosso, rivoluzione, comunismo.  Caos e anarchia, invece  di ordine, sobrietà, regolarità, in fondo, educazione. Antifascismo militante contro ogni forma “costrittiva” della libertà dell’uomo: dalla pornografia al “cannibalismo genitoriale”, passando ovviamente per ateismo, anticlericalismo, antipatriottismo, antinazionalismo e anticonformismo (quello spinto, fino a conformare nella “Falce e Martello”, nella “Stella Rossa”, nella cavedana di cuoio e nel vestiario ben trasandato, il simbolismo antagonista). Questo, tutto questo, era promosso come lecito al fine di liberare individui e classe operaia dai laccioli, anzi scusate, dalle catene materiali ed immateriali e quindi “antistoriche” (nel senso ovviamente materialista ed economico della storia) che costringevano uomini e società. Questo era il percepito a scuola, questo trasudava l’informazione, all’epoca diffusa più oralmente e con la militanza, che attraverso la TV e la stampa.  Erano i tempi in cui “Lotta Continua” in tasca ti apriva le porte di assemblee e feste (meglio: festini) tra compagni (lato senso); il “Corriere della Sera” te le socchiudeva – lasciandoti ammantato dal sospetto di possibili contaminazioni intellettualoidi, controrivoluzionarie, infondo lì lì per essere eventualmente rieducato, magari con un soggiorno cambogiano; “il Tempo” (quotidiano romano), te le chiudeva inesorabilmente.  Altra stampa, se non bastava il rischio già corso con il predetto quotidiano, ti esponeva a possibile, sonora, bastonatura. Se il “Secolo” era la carota che anticipava il bastone, e “il Borghese” la più ovvia etichetta della tua “vetustà antiproletaria”, l’apparire di “Dissenso” (la prima copia me la regalò un trio entusiasmante, non lontano dal portone del liceo “A. Righi”: Carlo Scala, Gianfranco Fini e il “mormone”), rappresentò la più esplicita ammissione di sospetti che si concretavano: eri “di destra”.  Anzi eri fascista.
 È iniziato così, per tanti della mia generazione. Una sorta di “ribellione contro il mondo moderno”, aveva teorizzato qualcuno, certo in modo assai meno rozzo e semplicistico di come poteva comprendere, o meglio “sentire” un adolescente a metà degli anni ‘settanta; era questo sentire che ti faceva etichettare/essere “di destra”.
Poi i ricordi, i racconti del “vecchio camerata”, del “reduce”, dell’Ausiliaria, incontrati in Sezione o ad una commemorazione. I primi incontri di “controinformazione”, di “formazione politica”, e poi l’Istituto di Studi Corporativi, sconvolgono gli schemi: “Siamo nati in un buio tramonto”; “il MSI è continuità del fascismo repubblicano, è progetto di socializzazione e Stato nazionale del lavoro”; “non possiamo essere né destra né sinistra, eravamo e siamo il superamento di stantie categorie”; “siamo oltre”, eccetera, eccetera.  Nasce così una coscienza diversa, certo più appagante, raffinata e solida per il soldato politico che esce dalle simpatie adolescenziali e inizia, anche per farsi Uomo, il cammino e poi la scalata dalla pianura alle vette (azzardo: credo ci sia una componente innata, una predisposizione genetica al diverso “sentire” politico).  Certo si tratta di una coscienza, di una cultura esistenziale ed essenziale, per il “nostro” essere, ma si tratta di una summa di sentimenti così difficile da spiegare. Così tosta da diffondere e propagandare in un mondo dove il comune sentire politico è fatto di semplificazione, di schematizzazione e il resto, tutto il resto, lo confina nelle esagerazioni, nella sofisticheria, anche nel non voluto, ma purtroppo così percepito, snobismo.
Era ed è più facile, immediato, categorizzare: il rosso o il nero; il male o il bene; l’ordine o il caos; comunismo o anticomunismo; sinistra o destra (e tutto viceversa, ovviamente). Ho scelto “destra”; dico “destra”, perché devo potermi spiegare, devo aggregare, crescere, devo essere anche da chi ha meno interesse e formazione politica, riconosciuto, distinto e quindi apprezzato e scelto per alcuni valori (sopra, assai sommariamente), citati.  Valori che per me distinguono la comunità sociale dall’orda. Con buona pace della mia coscienza, certo, ma non dell’intelligenza militante e di un profondo sognare quello che è più difficile da spiegare: quel “siamo oltre”.
Luca Romagnoli