Cosenza – crisi olivicola, riflessione

La produzione olivicola calabrese crolla del 69% secondo i dati della Coldiretti. I fattori negativi vanno ricercati nella cattiva stagione che ha generato i parassiti come la tignola. Negli ultimi anni si è registrata una produzione di 40 tonnellate di olio EVO, tenendo conto che la Calabria è la seconda produttrice su scala nazionale con la presenza di quasi 700 frantoi e la terza a livello europeo. Il fenomeno più preoccupante per il settore è l’importazione dell’olio proveniente dal nord-Africa e più precisamente dalla Tunisia, dal Marocco e dall’ Egitto che ha già condizionato il mercato olivicolo della Regione, se consideriamo gli ulteriori diktat imposti ai nostri prodotti dall’UE ( vedi pesca del novellame azzurro) non è e non sarà il massimo in una terra già ampiamente falcidiata da una miriade di problematiche che gli amministratori regionali sfiorano con i loro pensieri.
Vincenzo Caravona – Coordinatore Provinciale di Cosenza- Destra Sociale

1919 di Luca Romagnoli

Cento anni da eventi che hanno segnato un epoca, che hanno visto un’epopea di passioni e patriottismi, ma anche di sensibilità e impegno sociale come mai prima nella storia europea (e quindi nella storia dell’uomo organizzato in società). É l’anno della “vittoria mutilata”, è l’anno della costituzione dei Fasci e l’anno dell’impresa di Fiume con la reggenza del Carnaro; è l’anno della carta del Quarnaro. E questo in Italia. Ma è un anno importante anche per l’Irlanda

(Michael Collins fa nascere l’IRA), per la Turchia (nasce il movimento nazionalista di Kemal Ataturk), per la Cina (il movimento nazionalista “4 maggio”), per la Russia (di fatti distrutta a fine conflitto anche a causa del tradimento bolscevico antinazionale e antizarista). É anche l’anno in cui molto si discetta di economia e sociale: l’economista Keynes pubblica uno studio sulle conseguenze della pace; in Italia diventa obbligatoria l’assicurazione per l’invalidità e l’invecchiamento con contribuzione dello Stato e dei datori di lavoro.

É un anno, il 1919, che inizia a dipanare un futuro complesso, che diverrà anche tragico della storia europea e delle storie patrie di tante Nazioni. É l’inizio della consapevolezza che uno Stato ha tra i suoi compiti di governare l’economia, attraverso la collaborazione tra i diversi interessi, la redistribuzione della ricchezza e una maggiore qualità della vita attraverso la sicurezza sociale. É l’anno in cui in definitiva irrompe sulla scena un modo diverso di concepire lo Stato, quello che tenti di superare il capitalismo liberale e non cedere all’internazionalismo comunista, percorrendo una “terza via”.

Lo ricordiamo questo centenario sulla nostra tessera, perché è anche l’anno in cui il senso dell’impegno in politica per il sociale è netto, sorge prepotente e assai diffuso nelle coscienze degli Europei e non solo. É un anno in cui sogni e auspici all’insegna del sociale dettero al mondo nuove prospettive di sviluppo e modernità.

Luca R

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Fratelli d’Italia anche in consiglio provinciale di Matera !

Fratelli d’Italia anche in consiglio provinciale di Matera !

Il presidente del Consiglio comunale di Scanzano Jonico, Silvio De Marco, di Fratelli d’Italia, entra a fare parte del Consiglio provinciale di Matera.
E’ stato eletto nella lista “Provincia Civica”.
Aumenta cosi la presenza nelle istituzioni del partito di Giorgia Meloni.
Certamente l’esperienza e l’impegno accumulato in questi ultimi anni da Silvio De Marco gli saranno di grande utilità nel lavoro delicato di consigliere del maggiore ente provinciale.
Le tante importanti funzioni che vengono svolte dal palazzo di via Ridola per le nostre comunità, potranno ora beneficiare di un amministratore della destra materana.
Si congratulano con lui il commissario Regionale del partito, l’on. Edmondo Cirielli, e il dirigente nazionale Rocco Tauro.

28/03/2019

Ufficio Stampa
Fratelli d’Italia

UNA NUOVA ALBA SUI CIELI DELLA LUCANIA!

La nuova alba sui cieli della Lucania nella mattina del 25 mazzo 2019 è arrivata per davvero.
Da molti auspicata, da tantissimi attesa.
Resterà una data storica nella vita della nostra regione.
Finisce un’epoca e sta per iniziarne un’altra. Un’epoca durata circa 49 anni. Perché difatti di questo si tratta.
Non 24 o 30 anni, come ancora si attardano a registrare cronisti e politici, ma di quasi mezzo secolo di potere assoluto, prima a guida democrazia cristiana con i suoi 4 alleati di sempre, e fino alla loro scomparsa dalla scena politica. Anche grazie a tangentopoli.
Poi con la sinistra, nelle sue varie e repentine e cangianti declinazioni.
Ma sempre gestione della cosa pubblica imperniata sulle fondamenta di ciò che fu la balena bianca.
Non finisce solamente un regime politico (e non di sistema politico, che sarebbe stata tutta altra cosa), ma un mondo intero che crolla miseramente sotto il peso del suo totale fallimento nella gestione della cosa pubblica.
Fallimento costato tantissimo in termini si speranze deluse. Di ritardo nello sviluppo della regione delle contraddizioni per eccellenza.
Nessuno sentirà la mancanza di una classe dirigente che con gli anni è andata peggiorando.
Terminando il suo percorso con arresti del vertice politico e amministrativo.
Dopo aver bruciato sull’altare della inconsistenza miliardi e miliardi di euro, senza alcun ritorno concreto per il popolo lucano.
Bravi i lucani a ribellarsi, e fare nell’urna, con un foglio e una matita, la rivoluzione pacifica e popolare.
A trovare, ancor più che nelle passate volte, il coraggio di dire basta.
Governare non sarà facile, visto il disastro che hanno combinato in tutti questi decenni.
Ci vorrà polso e il nuovo Governatore certamente ne ha; coraggio e i molti nuovi consiglieri di centrodestra ne hanno e lo dimostreranno; e pazienza, questa l’avranno soprattutto i lucani.
Che già da oggi sanno benissimo che bisogna dare del tempo necessario perché il nuovo inizi ad esprimersi.
La coalizione appare compatta.
Governa da anni già in molte regioni italiane. E non si registrano crisi di rigetto o di sete di potere.
E la stessa cosa avverrà nella nostra isola territoriale.
Fratelli d’Italia, partito sì dal tronco giovane, ma dalle radici profondissime e feconde, si appresta ad essere il partito che apporterà la necessaria esperienza, con i propri uomini e le proprie donne.
Sia in consiglio che nella gestione del governo regionale.
Che è cresciuto di molto in appena un anno (più di un terzo, passando dai 12 mila delle politiche ai 18 mila voti delle regionali).
Mantenendo la presenza di un consigliere regionale che aveva, e che per poco non ne ha ottenuto un secondo.
Ma, soprattutto, potendo contare su una classe dirigente sempre più capace e preparata.
Che metterà come sempre al primo posto l’amore e l’interesse verso la propria terra.
Pronta ad affrontare i mille problemi di una regione disastrata per colpa altrui, ma bella da morire.

27/03/2019
Leonardo Rocco Tauro
Assemblea Nazionale
Fratelli d’Italia

 

(immagine tratta dal sito: http://www.oltrefreepress.com/matera-illuminazione-nel-sasso-barisano-spenta-dalle-16-30-alle-18-nelle-giornate-domani-sabato/)

LA VIA DELLA SETA

Ci sono settimane in cui la scelta dell’argomento cui dedicare le mie “Opinioni Eretiche”  é particolarmente ardua. Questa volta, per esempio, sono stato combattuto fino all’ultimo fra tre opzioni: la “Via della Seta” e i rapporti con la Cina; l’ambientalismo artificiale che i poteri forti vogliono costruire per tentare di arginare l’avanzata dei sovranismi nazionali (parlo dell’operazione Greta); e infine i finanziamenti della lobby del glifosfato al gruppo piú antipopulista (e fieramente “antifascista”) del Parlamento Europeo.

Alla fine ho scelto il primo argomento, ripromettendomi di affrontare gli altri al piú presto possibile.

Dunque, la Via della Seta… O, meglio, la Nuova Via della Seta, perché la prima Via della Seta, quella delle origini, era un intricato reticolo di rotte carovaniere (e in piccola parte navali) attraverso cui giungevano in Europa alcuni prodotti assai pregiati del Celeste Impero: la seta, per l’appunto, ma anche le spezie e altre merci, specie alimentari e medicinali. Erano dapprincipio dei flussi commerciali esigui, limitati, destinati ad una piccola platea di estimatori che potevano affrontare i costi proibitivi delle “cineserie”.

Ma a dare un assetto organico a quei commerci, ad ampliarli, a tracciare una via pressoché ufficiale per le carovane, a creare di fatto quella che poi si chiamerá “Via della Seta” furono – nel Medioevo – i mercanti, i viaggiatori, gli avventurieri della Repubblica di Venezia. A cominciare da quel Marco Polo che, attraverso le pagine de “Il Milione”, fece conoscere la Cina al mondo occidentale.

Se volessimo parafrasare il linguaggio degli show televisivi, si potrebbe a buon diritto dire che “la Via della Seta l’abbiamo scoperta noi”.

E veniamo, invece, alla Nuova Via della Seta, quella che é oggi la direttrice di marcia della Cina per aumentare l’esportazione della propria produzione verso il mondo esterno. O, meglio, verso parte del mondo esterno, escluse – guarda caso – le Americhe. In realtá, le nuove vie della seta terrestri sono una dozzina, cui si aggiunge una via marittima (l’unica che ci interessi direttamente) che parte dalle coste cinesi del Pacifico, attraversa l’oceano Indiano fino all’Africa, prosegue attraverso il mar Rosso e il Mediterraneo orientale, fa tappa ad Atene e termina nei porti dell’Adriatico italiano – Venezia e Trieste – vera e propria porta d’ingresso per i prodotti cinesi destinati all’intera Europa.

Si tratta di  una iniziativa strategica di carattere finanziario, piú ancora – forse – che di carattere commerciale. Per supportarla, la Cina ha prima creato un potentissimo organismo finanziario internazionale, la Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture, che ha addirittura l’ambizione di contrapporsi al Fondo Monetario Internazionale d’obbedienza americana. Il FMI – diró per inciso – é uno dei massimi responsabili della politica di globalizzazione economica che ha affamato l’Europa.

D’altro canto, anche la Nuova Via della Seta non é che un’altra delle estrinsecazioni della globalizzazione economica, la perversa invenzione dei banchieri inglesi e americani che ha regalato al mondo due guerre mondiali e tutto ció che ne é seguito.

Da alcuni decenni a questa parte, il travolgente sviluppo economico della Cina é stato avvertito dalle centrali dei poteri forti come un fastidioso ma, tutto sommato, trascurabile ostacolo sulla strada dell’unipolarismo americano che avrebbe dovuto aprire la strada al dominio assoluto dell’alta finanza sul mondo intero. In ogni caso, per tenere al riparo gli Stati Uniti dalla concorrenza del commercio di Pechino, si fece di tutto per indirizzare i cinesi verso l’Europa. Giochetto perfettamente riuscito, grazie anche alla provvidenziale ammissione della Repubblica Popolare Cinese nel WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Ammissione che fu realizzata su input dell’ambasciatore Renato Ruggiero, uomo legato all’ambiente FIAT ed a quello dell’alta finanza internazionale, per alcuni anni al vertice del WTO. Da quel momento – piú o meno dall’inizio del millennio – la Cina finí di essere un problema per gli Stati Uniti, e divenne un problema per l’Europa. E, adesso, questa Nuova Via della Seta non é che una delle conseguenze di quella decisione.

Gli americani dovrebbero essere contenti. E invece sono sul piede di guerra. Perché? Perché la Cina, nel frattempo, é diventata un competitor anche politico, finanziario, militare. Perché si muove con disinvoltura in campi ove gli USA non gradiscono concorrenti, come quelli della tecnologia d’avanguardia e dell’intelligenza artificiale. E perché ha dimostrato di sapere ben utilizzare l’influenza economica per accrescere la propria influenza politica.

E adesso, mentre in Italia si é in attesa di ricevere la visita del Presidente cinese Xi Jimping per firmare il memorandum di un accordo che amplierebbe il ruolo dei porti italiani – e quindi per noi assai utile – ecco levarsi il solito coro dei benpensanti, preoccupati di non fare uno sgarbo all’America, alla NATO ed agli esportatori di democrazia nel mondo. Certo, Salvini ha ragione quando dice che le “chiavi di casa” devono restare saldamente in mano nostra. Ma, allora, cominciamo a renderci conto che queste chiavi dobbiamo custodirle bene, evitando che cadano nelle mani degli americani, per esempio, o degli zombi di una NATO che non ha piú motivo di esistere, se non quello di mantenere in vita una tensione artificiale (e pericolosissima) con la Russia.

Ha perfettamente ragione anche la Meloni, quando dice che il nostro interesse é di non essere invasi da merci cinesi a basso costo (e a bassissima qualitá) che facciano concorrenza sleale ai nostri prodotti. Ma, se le merci cinesi ci dovessero arrivare da Atene e dal Pireo, piuttosto che da Trieste e Venezia, sarebbe la stessa, stessissima cosa.

Il problema vero é di non fare arrivare quelle merci in Italia, ovvero di sottoporle ad una robusta tassazione aggiuntiva. In altre parole, il problema é quello di fermare la globalizzazione, rifiutare la globalizzazione, tornare ai sacrosanti “muri” degli Stati Nazionali, ai dazi, alle barriere, alle protezioni. Diversamente la Cina sará il piú piccolo dei nostri problemi. Ci sono gli arabi, che vogliono acquistare gli asset italiani a colpi di petrodollari; ci sono i turchi, che stanno tentando di rimettere piede in in Algeria e forse anche in Albania, a due passi dalle nostre coste; ci sono gli americani, che vogliono utilizzare l’Italia come una grande portaerei nel Mediterraneo, da riempire di basi militari e di depositi di armi atomiche. E ci sono i poteri fortissimi che vogliono distruggere la nostra identitá nazionale attraverso le migrazioni di massa.

Per me, se la Via della Seta potesse servire ad attenuare l’invadenza di americani e islamici, non sarebbe affatto male.

  Michele Rallo

immagine tratta da internet “La Presse”

LUCI E OMBRE DEL REDDITO DI CITTADINANZA

 

Il “reddito di cittadinanza” sembra essere diventato una sorta di spartiacque interno fra i sostenitori del governo giallo-verde. Chi – grosso modo – si colloca a sinistra, é favorevole. Chi sta a destra – viceversa – é piú prudente, e spesso giustifica il sostegno della Lega con il rispetto del contratto di governo. É una divisione che poi si estende anche agli ambienti antigovernativi: in linea di massima favorevoli i sinistrorsi; in linea di massima contrari i destrorsi; arrampicati sugli specchi, infine, quelli di un PD sempre piú kafkiano.

Per ció che vale la mia personalissima opinione, questa volta sto a sinistra. Naturalmente, non in termini incondizionati, ma con le riserve del caso (e sono molte), ancora una volta da eretico.

Ribadisco – innanzitutto – quello che ho giá detto in passato. Alcuni fra i miei lettori ricorderanno forse ció che scrissi su “Social” del 6 aprile 2018, titolando «Reddito universale e reddito di cittadinanza: non é la stessa cosa».

Scrivevo allora che una seria proposta di “reddito di cittadinanza” non potesse prescindere da due elementi: innanzitutto, il ritorno dello Stato italiano al diritto-dovere di emettere una propria moneta, sottraendo cosí i necessari interventi di natura assistenziale agli equilibri ragionieristici della speculazione finanziaria globalizzata; e, in secondo luogo, una legislazione assai rigida in materia – appunto – di cittadinanza, con esclusione di ogni buonismo da operetta.

Nessuno dei miei due suggerimenti – va da sé – é stato accolto. Il governo “del cambiamento” ha continuato ad obbedire ai diktat ultraliberisti della finanza internazionale. E – in omaggio alla corrente piú sinistra dei Cinque Stelle – il reddito “di cittadinanza” é stato assicurato anche a chi la cittadinanza non ce l’ha. La qualcosa – aggiungo – equivale da un grazioso invito agli aspiranti migranti di tutto il mondo: venite in Italia, dove, se non trovate di meglio, vi assicuriamo un sussidio di 780 euro al mese. Follía pura.

Fin qui gli aspetti negativi. I principali, perché ce ne sono anche altri. Tutto ció, comunque, non deve far dimenticare gli aspetti positivi del provvedimento. Primo fra tutti, il ritorno ad una visione sociale dello Stato. Il quale Stato – a mio modo di vedere – ha il preciso dovere di assistere i suoi cittadini che versino in condizioni di grave disagio. In Italia – apprendo dalle statistiche – ci sono oltre 5 milioni di persone in “povertá assoluta”, e quasi il doppio in stato di “povertá relativa”. Fino ad oggi lo Stato si era semplicemente disinteressato di questi 14 o 15 milioni di cittadini, facendo finta che non esistessero. Non trovavano un lavoro? Pazienza. Erano le regole del mercato. Le imprese chiudevano e si trasferivano in Cina o in Marocco, licenziando tutti? Anche questo dipendeva dalle regole del mercato e non ci si poteva fare nulla. Non riuscivano a portare il pane a casa? Che andassero alla Charitas. Non avevano un tetto? Che si arrangiassero nelle baraccopoli delle periferie. E cosí di questo passo.

Adesso, con questo pur pasticciato “reddito di cittadinanza” lo Stato ha finalmente battuto un colpo.

Certo, si poteva fare meglio, molto meglio. Hanno ragione coloro che sostengono che era preferibile offrire delle opportunitá di lavoro piuttosto che dei sussidi. Hanno perfettamente ragione. Solo che, se non si ha il coraggio di respingere la tirannia della globalizzazione economica, di opportunitá di lavoro ce ne sono e ce ne saranno sempre di meno.

Perché? Perché il progetto dei “mercati” é quello di distruggere la “fortezza Europa”, disarticolando la sua industria, invadendo le sue piazze con prodotti a basso costo di provenienza extracomunitaria, annientando le sue individualitá nazionali in una indistinta macedonia migratoria.

Ecco perché il “reddito di cittadinanza” potrá fare ben poco per cambiare le cose. Sará un’altra passata di pannicelli caldi, come gli 80 euro di Renzi. Ricordate? Avrebbero dovuto dare una scossa al paese, far ripartire i consumi. A distanza di qualche anno, ormai, é chiaro che non hanno spostato di una virgola le lancette della crisi.

Con il reddito di cittadinanza sará piú o meno la stessa cosa. Occorrerebbero cifre ben maggiori – almeno dieci volte tanto – per provocare davvero un cambio di rotta. Questo provvedimento non produrrá nulla di eccezionale, quindi. E tuttavia si tratta di una misura importante, quanto meno sul piano morale. Perché disegna uno Stato che non abdica ai suoi doveri istituzionali, perché segna il ritorno ad una dimensione sociale della politica. E, in tempi di Jobs Act e di Global Compact, non é cosa da poco.

Michele Rallo